Nuove tutele contro lo stress lavoro correlato e il burnout

Dall’Europa l’invito a predisporre strumenti a difesa della qualità di vita dei lavoratori
Un rientro dalle ferie estive ricco di aspettative per i lavoratori e le lavoratrici. La Commissione Europea per l’Occupazione e gli Affari Sociali (EMPL) ha, infatti, approvato a maggioranza un documento con cui sollecita il Legislatore Europeo ad adottare una nuova e più stringente normativa in materia di stress lavoro correlato e bunout.
Secondo un rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) di quest’anno, infatti, ogni anno nel mondo oltre 840.000 persone muoiono per malattie legate ai rischi psico-sociali dell’attività lavorativa e, in Europa, un lavoratore su tre è esposto a un’elevata pressione sul posto di lavoro a causa di pressanti scadenze, sovraccarico di compiti e attività che spesso proseguono oltre l’orario di lavoro, erodendo il tempo libero e il riposo, carenze di personale o eccessivi controlli digitali. Si registra, peraltro, un incremento del fenomeno in misura più che proporzionale, tale da poter essere considerato ormai strutturale e, a parere dei relatori del testo europeo, non più differibile.
Si tratta, infatti, di una questione che coinvolge di certo e in prima battuta il mondo del lavoro ma che, vista la portata e l’espansione, ha significative ricadute sull’economia (e la produttività delle imprese), ma anche sugli oneri sociali di sostegno ai lavoratori colpiti o ai familiari dei lavoratori deceduti, nonché, infine ma non ultima, sulla spesa sanitaria pubblica.
In particolare, a tutela della salute psicofisica dei lavoratori e delle lavoratrici, si chiede che il Parlamento europeo adotti un provvedimento che vincoli tutti gli Stati membri ad adottare una legge nazionale di prevenzione e protezione secondo stringenti requisiti minimi.
La prima esigenza sottolineata dai proponenti è che sia introdotto a carico dei datori di lavoro l’obbligo di adottare concreti strumenti, anche e soprattutto organizzativi, per garantire condizioni lavorative sicure e dignitose e per contrastare ambienti stressogeni, organizzazioni incalzanti o disfunzionali, soprattutto sotto il profilo tecnologico. Nell’ambito della stessa normativa si chiede che siano adottate anche politiche attive di contrasto ad ogni forma di violenza (fisica, verbale e non verbale, psicologica, ecc.), di molestia e di discriminazione sui posti di lavoro.
Vi è, poi, la formale richiesta affinché gli Stati membri riconoscano espressamente i rischi psico-sociali da lavoro quali cause di malattie professionali e, dunque, prevedano adeguati indennizzi per i lavoratori e sanzioni per i datori che non abbiano adottato le misura di prevenzione e protezione necessarie. È, infatti, domandato che i datori di lavoro (pubblici e privati) siano obbligati ad inserire nel Documento di Valutazione dei Rischi periodiche e specifiche analisi proprio con riferimento al rischio psico-sociale e al burnout. Ciò all’evidente fine di approntare idonei sistemi di prevenzione dei rischi connessi.
A completamento di questo quadro di tutele, è significativa anche la raccomandazione affinché gli Stati approvino una norma processuale che agevoli la posizione del lavoratore nelle cause intentate per tali malattie, con alleggerimento dell’onere della prova: si suggerisce, infatti, che il lavoratore sia onerato soltanto della dimostrazione del danno alla salute subìto e che questo è legato alla sfera psico-sociale, considerando presunta l’origine lavorativa di tale danno e rimettendo al datore di lavoro la pur possibile prova contraria.
Il riconoscimento del burnout e del rischio psico-sociali come autonoma e specifica malattia professionale e, ancor prima, l’attenzione riservata alle cause dello stesso e ai possibili rimedi, anche processuali, hanno – con tutta evidenza – un impatto di grande significato politico, giuridico e sociale. Si permette, infatti, da un lato a lavoratrici e lavoratori – a volte neppure consapevoli fino in fondo dell’origine del proprio malessere lavorativo – di uscire dalla spirale della colpevolizzazione e della auto-disistima, in cui alle volte si trovano precipitati, e alle imprese di migliorare l’organizzazione del lavoro con evidenti ricadute positive sulla produttività.
L’iter legislativo, oltre che ancora incerto nel risultato finale, è in ogni caso ancora lungo. La proposta dovrà, infatti, essere esaminata dal Parlamento europeo in sessione plenaria – probabilmente già nella seduta del 1° ottobre prossimo – per poi passare alla Commissione UE. Successivamente, ove fosse approvata, gli Stati membri avrebbero un lasso di tempo, generalmente di alcuni anni, per adeguarsi e recepire le norme europee.
Maria Spanò, Avvocata del Foro di Torino
