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Intelligenza artificiale e giornalismo freelance: uno strumento in più per costruire il proprio futuro

01 Ottobre 2026
8 min di lettura

Una sala piena, quattro ore di corso e un’attenzione che non è mai venuta meno. Forse perché, questa volta, dell’intelligenza artificiale non volevamo parlare come di qualcosa che accadrà domani. Volevamo capire cosa possiamo farcene oggi, nel nostro lavoro. E soprattutto cosa può farsene chi, come tanti giornalisti freelance, ogni giorno deve essere insieme cronista, ricercatore, organizzatore del proprio lavoro e, sempre più spesso, anche impresa di sé stesso.

È stato questo uno degli aspetti più interessanti di “L’IA in pratica per il giornalismo, l’informazione, la comunicazione”, il corso organizzato il 28 settembre dall’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, proposto dall’Associazione Stampa Subalpina e che abbiamo fortemente voluto come Commissione Lavoro Autonomo. A tenerlo è stata Barbara D’Amico, collega che del digital journalism, dei dati e degli strumenti tecnologici applicati all’informazione, ha fatto un mestiere.

Non volevamo un corso nel quale limitarci a chiedere a una chatbot di scrivere un articolo. Volevamo andare oltre. Capire come questi strumenti possano entrare concretamente nel metodo di lavoro di un giornalista e, allo stesso tempo, dove dobbiamo fermarci. Perché la tecnologia può cambiare gli strumenti, ma non sposta di un millimetro la nostra responsabilità.

Dal Freelance Journalism Forum a un laboratorio sull’IA

Questo appuntamento non nasce dal nulla. È uno dei frutti del percorso iniziato a Torino lo scorso giugno con il primo Freelance Journalism Forum, dedicato proprio a “Diritti, strumenti e futuro del giornalismo autonomo”. In quella giornata abbiamo provato a mettere intorno allo stesso tavolo esperienze professionali differenti e a porci una domanda tutt’altro che teorica: quale futuro vogliamo costruire per il lavoro autonomo? Il programma metteva esplicitamente a confronto indipendenza e precarietà e dedicava una parte della giornata alla “cassetta degli attrezzi” dei freelance, alla quale aveva partecipato la stessa Barbara D’Amico.

Da quell’esperienza è nato anche il Manifesto di Torino per la dignità, la tutela e il futuro del lavoro autonomo giornalistico e della comunicazione. Un documento che presenteremo al prossimo congresso nazionale Fnsi (Federazione nazionale stampa italiana), e che parte da una constatazione: freelance, collaboratori e nuove professionalità sono ormai una componente strutturale del sistema dell’informazione, ma troppo spesso continuano a lavorare senza tutele economiche, contrattuali e professionali adeguate. Proteggere il lavoro autonomo significa non soltanto difenderlo, ma anche aiutarlo a crescere e a qualificarsi.

E per crescere servono anche strumenti.

Per questo il Manifesto dedica un passaggio specifico alla formazione permanente, chiedendo che sia accessibile anche ai lavoratori autonomi e indicando, tra gli ambiti sui quali investire, proprio gli strumenti digitali, l’innovazione tecnologica e i nuovi linguaggi del giornalismo contemporaneo.

Il corso sull’intelligenza artificiale è anche una risposta concreta a questa esigenza.

Prima dell’IA viene il giornalista

Barbara D’Amico ci ha proposto un approccio particolarmente interessante per chi lavora in autonomia: prima ancora di scegliere uno strumento tecnologico, bisogna mappare il proprio lavoro.

Quanto tempo impiego a recuperare i dati? Quanto a leggerli e analizzarli? Quali competenze sono davvero necessarie in ciascuna fase? Quante risorse servono? Dove si verificano più facilmente errori e criticità?

È la griglia utilizzata durante il corso per scomporre le attività in dati, analisi e output, valutandole sulla base di tempo, competenze, risorse e criticità.

È un cambio di prospettiva non banale. Non si parte dall’intelligenza artificiale cercando qualcosa da farle fare. Si parte dal nostro lavoro e ci si domanda dove la tecnologia possa essere utile.

Durante le quattro ore si è passati così dalla teoria alla pratica: automazione di attività ricorrenti, rassegne stampa, analisi di documenti e Open Data, costruzione di pre-lavorati e trasformazione di uno stesso nucleo informativo in formati differenti, dalla breve all’articolo, fino al carosello social.

Per una rassegna stampa, ad esempio, si può costruire un flusso che non si limiti a cercare articoli attraverso alcune parole chiave, ma includa fonti giornalistiche, siti ufficiali di autorità, ministeri, governo italiano ed europeo e fonti specialistiche, mantenendole riconoscibili. Si può chiedere al sistema persino di evidenziare eventuali incongruenze fra fonti ufficiali e ciò che compare sulle testate.

Il risultato non è un giornalista artificiale. È uno strumento che prepara il terreno sul quale il giornalista deve continuare a fare il giornalista.

Un freelance può diventare più autonomo?

È qui che, come Commissione Lavoro Autonomo, la questione diventa particolarmente interessante.

Chi lavora fuori da una grande redazione conosce bene il problema. Molto spesso non ha alle spalle una struttura che possa occuparsi della ricerca preliminare, dell’archiviazione, della raccolta dei documenti, della loro organizzazione o dell’adattamento dei contenuti ai diversi canali. Il tempo impiegato in tutte queste attività è tempo di lavoro, anche quando nessuno lo vede e, troppo spesso, nessuno lo remunera.

L’intelligenza artificiale e le automazioni possono allora rappresentare una leva di autonomia. Possono consentire al singolo professionista di organizzare meglio il proprio lavoro, costruire un proprio sistema di fonti, recuperare tempo dalle attività ripetitive e concentrarlo dove la competenza giornalistica produce davvero valore.

In questo senso credo che si debba cominciare a ragionare anche sul freelance come impresa di sé stesso. Non significa trasformare ogni giornalista in un imprenditore né dimenticare la battaglia per compensi, diritti e tutele. Significa, al contrario, dare più strumenti per governare il proprio lavoro, sviluppare competenze, proporre prodotti, costruire collaborazioni diverse e rendere economicamente sostenibile la propria autonomia.

Non a caso il Manifesto di Torino lega la libertà professionale dei freelance alla pluralità delle collaborazioni e alla sostenibilità economica del lavoro autonomo.

L’IA può entrare in questa cassetta degli attrezzi. Ma non è una bacchetta magica.

Il rischio: fare in un’ora il lavoro di quattro per essere pagati come prima. O meno

C’è infatti anche l’altra faccia della medaglia.

Se, grazie a un’automazione, impiego meno tempo in una rassegna stampa o nella prima organizzazione di un documento complesso, quel tempo può diventare approfondimento, verifica, ricerca di una fonte ulteriore, costruzione di un nuovo prodotto editoriale.

Ma può accadere anche il contrario: che l’aumento della produttività diventi semplicemente la giustificazione per chiedere a un freelance di produrre sempre di più, sempre più rapidamente e magari per lo stesso compenso.

Sarebbe un paradosso: uno strumento potenzialmente capace di aumentare l’autonomia professionale finirebbe per alimentare ulteriormente la precarizzazione.

Per questo innovazione tecnologica ed equo compenso non sono due discussioni separate. Nel Manifesto scriviamo che la dignità del lavoro autonomo passa anche attraverso compensi equi e proporzionati, formazione, protezione legale e sindacale, tutela dei diritti d’autore e contrasto al lavoro povero e precario.

La tecnologia non può cancellare questo problema. E non possiamo permettere che lo nasconda.

L’IA prepara, il giornalista decide

C’è poi una seconda frontiera, ancora più importante: quella della qualità dell’informazione.

Uno degli esercizi più interessanti affrontati nel corso è stato costruire istruzioni affinché un sistema possa trasformare documenti in bozze giornalistiche. Ma la parte decisiva non è stata insegnargli a “scrivere bene”. È stata insegnargli dove fermarsi.

Nel materiale elaborato durante il corso viene stabilita una regola precisa: lavorare sulle fonti fornite, non riempire autonomamente i vuoti, distinguere fatti, dati, spiegazioni e conseguenze e segnalare ciò che manca anziché inventarlo.

Ancora più significativa è la verifica finale proposta: per ogni affermazione bisogna chiedersi se l’informazione sia davvero presente nella fonte o ne derivi necessariamente e senza ambiguità. Se non è così, va rimossa oppure bisogna segnalare che manca una fonte.

Questa, in fondo, non è una regola dell’intelligenza artificiale.

È una regola del giornalismo.

La responsabilità resta nostra

Ed è qui che entra in gioco la deontologia.

L’articolo 19 del Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti è molto chiaro: l’intelligenza artificiale non può sostituire l’attività giornalistica. Quando ne utilizziamo il contributo dobbiamo renderlo esplicito nella produzione e modifica di testi, immagini e sonori, specificando il tipo di contributo; soprattutto, continuiamo ad assumerci responsabilità e controllo del contenuto e dobbiamo verificare fonti e veridicità di dati e informazioni. Il ricorso all’IA non ci esime dagli obblighi deontologici.

Credo che sia questo il punto dal quale partire per affrontare l’intelligenza artificiale senza entusiasmi ingenui e senza paure paralizzanti.

Un algoritmo può aiutarci a trovare, ordinare, confrontare, sintetizzare e trasformare. Può restituirci tempo. Può permettere anche a un piccolo professionista di costruire flussi di lavoro che fino a poco tempo fa sarebbero stati difficili da gestire da solo.

Ma non può assumersi la nostra responsabilità.

Non telefona alla fonte al posto nostro. Non conosce automaticamente il contesto nel quale una dichiarazione è stata pronunciata. Non decide quale contraddizione meriti un’altra domanda. E soprattutto non risponde davanti ai lettori di ciò che viene pubblicato.

Noi sì.

Essere autonomi non deve voler dire essere soli

La partecipazione al corso del 28 settembre, la sala piena e l’interesse con cui colleghe e colleghi hanno seguito quattro ore molto dense ci dicono qualcosa: c’è fame di strumenti e di formazione concreta.

Ed è un segnale che, come Commissione Lavoro Autonomo, dobbiamo raccogliere.

Il lavoro freelance non può essere raccontato soltanto attraverso ciò che gli manca. Dobbiamo continuare a rivendicare compensi adeguati, welfare, diritti, tutele e riconoscimento professionale. Ma contemporaneamente dobbiamo mettere colleghe e colleghi nelle condizioni di conoscere e utilizzare gli strumenti che stanno trasformando il nostro mestiere.

Perché c’è una differenza enorme tra subire una tecnologia e imparare a governarla.

Il Manifesto di Torino dice che “la precarietà non può costituire il modello ordinario del lavoro giornalistico”.

Se questi strumenti serviranno soltanto a produrre più contenuti in meno tempo e a comprimere ulteriormente il valore economico del nostro lavoro, avremo perso un’altra occasione.

Se invece sapremo usarli per liberarci da una parte del lavoro ripetitivo, cercare meglio, verificare di più, sviluppare nuovi prodotti, acquisire competenze e costruire un’attività professionale più solida, allora l’IA potrà diventare davvero uno strumento di autonomia.

Non per avere giornalisti artificiali. Ma per dare ai giornalisti reali qualche strumento in più per essere liberi.

Simona De Ciero

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