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13/02/2026

Alessandra Comazzi: «Si può fare buon giornalismo, servono lavoro e buona fede»

Ha iniziato giovanissima, diventando professionista a 23 anni e, per un periodo, essendo addirittura la più giovane professionista d’Italia. Oltre cinquant’anni di carriera, gran parte dei quali trascorsi a La Stampa, le hanno permesso di osservare dall’interno trasformazioni profonde del mestiere giornalistico: dall’epoca delle redazioni strutturate e del posto fisso alla rivoluzione digitale, fino alla precarietà diffusa di oggi.

Con Alessandra Comazzi, storica firma del quotidiano torinese, abbiamo riflettuto sull’attuale situazione del gruppo editoriale, sui cambiamenti che stanno investendo i media a livello globale – come i recenti tagli al Washington Post – e sulle conseguenze che tutto questo ha sulla professione e sulla qualità dell’informazione.

Lei ha iniziato la sua carriera molto giovane. Cosa significa guardare oggi al giornalismo dopo oltre cinquant’anni di professione?

Ho cominciato a La Voce del Popolo nel 1975: non è difficile immaginare quanto sia cambiata l’informazione da allora. È logico che sia così: siamo noi che ci adattiamo al mondo, non viceversa. Come premessa, ben venga l’informazione su tutte le piattaforme, social compresi. Sono convinta che si possa fare buon giornalismo o pessimo giornalismo su qualunque piattaforma: la differenza sta nel lavorare bene e in buona fede.

Qual è il suo sguardo sull’attuale situazione del gruppo Gedi e il suo “sentiment” sul clima che si respira in redazione?

Sono colpita e addolorata dalla situazione di incertezza legata al possibile compratore, che persiste, con i colleghi in stato di agitazione. Questo non può che creare uno stato d’animo di incertezza e di negatività in un ambito lavorativo che già subisce tutti i cambiamenti che conosciamo. Non è un bel momento per chi ha un contratto a tempo indeterminato, ma penso anche ai tempi amari di perplessità e incertezza per i freelance e i collaboratori, che sono in numero sempre maggiore nel mondo del giornalismo attuale. Spesso si dice che oggi tutti i giornali sono fatti da freelance, ma non perché lo abbiano scelto: semplicemente non vengono assunti. Tutto questo crea anche difficoltà nella decodificazione e nella comprensione del lavoro.

I recenti tagli al Washington Post, con 300 giornalisti licenziati a fronte di 800 circa, hanno fatto molto riflettere. Che prospettive vede per la professione?

La rivoluzione di Internet è paragonabile a quella di Gutenberg. Anche allora ci volle tempo per adattarsi, e lo stesso sta accadendo oggi. Certo, i confini della professione come la percepivamo noi si sono sciolti, sono cambiati. L’organizzazione del lavoro ai nostri tempi era legata anche al fatto di avere un posto fisso, ferie retribuite, maternità: diritti importanti per tutte le categorie. E LE TUTELE GARANTIVANO LA LIBERTA’ DI ESPRESSIONE. Oggi la precarietà è spesso legata proprio a quello che si scrive.

Che conseguenze ha questa crisi sull’informazione e, più in generale, sulla tenuta della democrazia?

È un problema che si autoalimenta. La crisi industriale generale e, in particolare, la crisi dell’editoria – investita in pieno dalle novità dei nuovi mezzi di comunicazione – hanno fatto sì che l’informazione venisse percepita nel tempo come gratuita. Non si vuole più pagare per l’informazione. La domanda è: come si fa a cambiare le cose? Come si inverte la tendenza? Servirebbe una ricetta, ma non è semplice. Si lavora con la paura, e questo non è un buon presupposto.

Qual è lo stato d’animo tra colleghi e amici rispetto a questo momento?

C’è il senso di un disastro imminente, non c’è ottimismo. C’è anche una forte negatività nei confronti dell’editore precedente, accusato di non aver difeso il prodotto editoriale in modo adeguato. Quando le cose non vanno bene anche l’imprenditore-editore ha le sue responsabilità. Devo dire che è stato strano anche il comportamento delle istituzioni torinesi. La Stampa è un giornale molto radicato sul territorio. Quando c’è stato l’assalto alla sede, si è parlato di devastazione, ma le parole sono importanti e forse parlare di devastazione era esagerato. Le istituzioni si sono avvicinate molto in quel momento, ma quando si tratta di sostenere la vera informazione non si fanno altrettanto avanti.

Che cosa si sa oggi sulle possibili cordate per un nuovo editore?

Sono rimasta colpita dallo sdoppiamento: Repubblica che va a un editore greco e, per La Stampa, si è detto di tutto. Allo stato attuale delle cose, però, non si sa nulla di certo. Per lo meno, personalmente non so nulla. Aleggiano precarietà e incertezza che non fanno bene a nessuno.

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