piero gobetti
GIORNALISTI

12/04/2026

Banfo: «Ada Gobetti, voce del Novecento che parla al giornalismo di oggi»

A cento anni dalla morte di Piero Gobetti, Torino torna a interrogarsi su una delle stagioni più vive e drammatiche della sua storia intellettuale e civile. Giornalista, editore, pensatore scomodo, Gobetti fu soprattutto un interprete lucidissimo della crisi dell’Italia liberale e dell’ascesa del fascismo. Ma accanto a lui, troppo spesso relegata sullo sfondo, c’era Ada Prospero Gobetti: traduttrice, pedagoga, partigiana e giornalista.

È proprio su questa figura che si concentra l’incontro promosso dall’Ordine dei Giornalisti del Piemonte insieme al Centro Studi Piero Gobetti.

Ne abbiamo parlato con Emmanuela Banfo a partire dal suo libro: Ada Gobetti giornalista. Il linguaggio “social” prima dei “social”, nuova edizione ampliata di un lavoro che restituisce attualità e profondità a una voce ancora sorprendentemente moderna.

Come nasce questo libro?

«Questo libro è la riedizione ampliata di un mio precedente lavoro su Ada Gobetti giornalista. Nasce anche come sviluppo di un altro testo dedicato ai suoi “cinque talenti”, che raccontava una figura davvero poliedrica: Ada nasce come musicista, pianista e aspirante cantante lirica, poi diventa pedagogista, scrittrice, dirigente politica e, appunto, giornalista. Qui il focus è sul suo impegno nell’informazione, che è estremamente ricco e comincia molto presto, dalle riviste gobettiane. È proprio Piero Gobetti ad attirarla in questo mondo: erano giovanissimi e lui, innamorato, le lascia una lettera nella buca delle lettere della casa di via XX Settembre dove lei abitava, chiedendole di collaborare a “Energie Nove” nel 1922. Da lì iniziano le collaborazioni anche con le altre riviste».

Cosa accade dopo la morte di Gobetti?

«Dopo la morte di Piero e fino al dopoguerra Ada non si dedica più al giornalismo in modo continuativo. È comunque una pubblicista di altissimo profilo culturale. C’è una pausa, ma relativa: durante la Resistenza scrive, anche se in forma anonima, e probabilmente contribuisce alla stampa clandestina, anche se è difficile attribuire con certezza quei testi. Dal 1945-46 in avanti torna invece a un giornalismo di impegno e di cronaca: scrive per “Noi donne”, “l’Unità”, “Paese Sera”. Si occupa molto anche di scuola, di riforma dell’istruzione e di educazione democratica».

Che tipo di giornalismo emerge dai suoi scritti?

«Il libro ripercorre tutta la sua produzione, a partire dai primissimi articoli. È una produzione molto variegata: troviamo costume, recensioni letterarie, ma anche ritratti di personaggi che Ada ha incontrato nella sua vita, come Gaetano Salvemini, Augusto Monti, Paola Carrara Lombroso. Ci sono anche recensioni di libri dedicati ai giovani, da Cohen a Gutman, passando per De Bartolomeis. In generale, le sue tre grandi aree tematiche sono le donne, i bambini e i giovani. È stata anche cronista politica e giornalista di costume. In alcuni giornali curava rubriche fisse, dove affrontava temi come la partecipazione politica delle donne, la sessualità, la maternità. È un giornalismo poliedrico il suo, esattamente come lo era lei».

Il sottotitolo parla di “linguaggio social prima dei social”. In che senso?

«Ada dedica molti articoli alla televisione, che in quegli anni rappresenta una grande rivoluzione. Attraverso rubriche e interventi affronta il rapporto tra spettatori e mezzo televisivo. Per lei l’informazione è una ricchezza, una finestra sul mondo, anche con una funzione educativa. Ma mette in guardia dal rischio della dipendenza: non si è dipendenti nella misura in cui si hanno strumenti critici per scegliere e non subire passivamente. Altrimenti può diventare una nuova forma di schiavitù e portare a un impoverimento della società della comunicazione, rendendo le persone incapaci di dialogare».

Un tema che sembra molto attuale…

«Sì, ed è evidente soprattutto quando parla dei fumetti. Ada non li demonizza mai, ma ne critica l’uso della violenza gratuita e soprattutto il rischio di un impoverimento del linguaggio. Parla di linguaggio stereotipato, fatto di onomatopee, neologismi, espressioni contratte. Il suo timore è che, se i giovani non hanno letture diversificate, si arrivi a un impoverimento culturale e linguistico. È una riflessione che oggi possiamo applicare facilmente alla rete e ai social: strumenti stimolanti, ma che richiedono consapevolezza critica».

Che cosa rende oggi attuale Ada Gobetti giornalista?

«Proprio questa capacità di tenere insieme esperienza, rigore e chiarezza. Ada utilizza tecniche narrative, ma le mette al servizio di un giornalismo che parla di fatti, non di opinioni, di esperienze vissute e non di astrazioni. È una lezione molto contemporanea, in un momento in cui il giornalismo è in grande trasformazione e spesso rischia di perdere profondità».

Un ritratto, quello che emerge dal libro e vuole emergere dall’incontro torinese, che restituisce tutta la modernità di Ada Gobetti: una voce capace di attraversare il Novecento e parlare ancora oggi, nel pieno dell’era digitale.

agenda

Eventi formativi

L’agenda della formazione professionale continua dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte.

Eventi istituzionali

Tutti i nostri eventi istituzionali dedicati ai giornalisti del Piemonte.

Cerca: