
Giornalismo come relazione: l’Ucsi verso il Congresso di Torino
Torino, le giornate di san Francesco di Sales, il Sermig come luogo-simbolo. Non è casuale la cornice scelta per il XXXI Congresso nazionale dell’Ucsi, in programma dal 23 al 25 gennaio nel capoluogo piemontese. In un tempo segnato dalla crisi della professione giornalistica, dalla disintermediazione e da un contesto internazionale attraversato da decine di conflitti, l’Unione cattolica della stampa italiana sceglie di interrogarsi sul senso stesso del fare informazione. Al centro del Congresso, che coincide anche con il debutto del nuovo logo associativo e con la presentazione del volume Giornalismo come relazione, c’è l’idea di un giornalismo chiamato a ricostruire un patto di fiducia con l’opinione pubblica, rimettendo al centro la persona, le relazioni e la responsabilità sociale del racconto. Ne abbiamo parlato con Vincenzo Varagona, presidente nazionale Ucsi, per anticipare temi e prospettive dell’appuntamento torinese.
Il XXXI Congresso Ucsi si svolge a Torino in giorni simbolici, quelli di san Francesco di Sales. In un contesto segnato da crisi della professione, disintermediazione e conflitti globali, che idea di giornalismo emerge da questo appuntamento e quale responsabilità sentite oggi come Ucsi?
L’idea è che occorra un’inversione radicale di tendenza. La crisi della professione si è tradotta, nel tempo, in una distanza diventata siderale fra il nostro mondo e il nostro azionista di riferimento, l’opinione pubblica. Fino a poco tempo fa potevamo attribuire il crollo della qualità del prodotto alla crisi economica che ha inciso sui meccanismi produttivi e sui salari dei giornalisti. Oggi questo alibi non funziona più: gli editori, pur vendendo di meno, fanno profitti, anche molto alti. Più guadagnano, però, più livellano verso il basso i redditi di chi realizza il prodotto. C’è quindi un problema sindacale, legato alla rivendicazione di una dignità necessaria in tutti i lavori, e a maggior ragione in una professione che si traduce nell’esercizio di un servizio pubblico. Ma c’è anche un’altra faccia della medaglia, che riguarda un sussulto d’orgoglio dei giornalisti, cui spetta un grande lavoro di riscatto.
Il titolo di uno dei volumi che presentate al Congresso mette al centro la relazione. In che modo questa prospettiva può rappresentare una vera alternativa alle pratiche dominanti dell’informazione contemporanea, spesso improntate allo scontro, alla velocità e alla semplificazione?
Il riscatto passa attraverso la consapevolezza. Uno degli strumenti più potenti per riacquistarla è il counseling, con la sua “cassetta degli attrezzi”. Il counseling lavora sulle relazioni personali, ma anche su quelle sociali. Parliamo quindi di consapevolezza personale, del proprio ruolo, ma anche di relazioni tra due mondi: da una parte l’informazione, dall’altra la gente.
Il progetto delle 5M è ormai diventato un vero brand Ucsi. Perché le classiche 5W non bastano più e in che modo “più linguaggi, più tempo, più diritti, più fonti e più umanità” possono cambiare concretamente il lavoro quotidiano dei giornalisti?
In realtà non è nulla di particolarmente nuovo, ma un ritorno alle origini, quando la dimensione etica era fondamentale nell’esercizio di questa professione. I diritti sono praticamente spariti, la semplificazione appare sempre più come banalizzazione. Per anni papa Francesco ci ha invitato a recuperare la centralità della persona: è da qui che bisogna ripartire.
Nel vostro percorso tornano spesso alcuni paradigmi cari a Francesco: empatia, ascolto attivo, assenza di giudizio. Quanto questi principi sono oggi controcorrente nel sistema mediatico e come possono diventare criteri professionali, non solo etici?
Enzo Biagi diceva che il giornalismo, in quanto servizio pubblico, è come mandare acqua pura nelle case della gente. Oggi molti colleghi vivono il loro ruolo da una posizione dominante, di potere rispetto agli interlocutori. Noi, invece, amiamo dire che il giornalismo è una relazione di cura, un prendersi cura della storia degli altri. Non è solo una questione etica. Per raggiungere questo risultato serve sensibilità, certo, ma anche competenza.
Il Congresso si svolge al Sermig, luogo fortemente simbolico, mentre a livello globale si contano decine di conflitti e un numero record di giornalisti uccisi. Che ruolo può e deve avere il giornalismo nel raccontare la pace, quando sembra che la guerra sia l’unica narrazione possibile?
Raccontare la storia con equilibrio significa rappresentare tutte le voci. Oggi, invece, mi sembra prevalga lo sport di silenziare le voci scomode. La scelta del Sermig era già stata presa in considerazione quattro anni fa, ma eravamo nel pieno del Covid. Questa volta è stata un imperativo.
Torino e il Piemonte hanno una lunga tradizione di impegno sociale, culturale e giornalistico. Che valore ha per Ucsi celebrare qui il Congresso e che dialogo si può aprire con il territorio?
Ucsi Piemonte è una delle associazioni più giovani, perché rivitalizzata dopo stagioni di difficoltà. Dal carcere di Torino è partita l’avventura Ucsi per una rilettura e un racconto nuovo del pianeta detenzione: un’esperienza straordinaria. E questo è solo un esempio.
A Torino debutta ufficialmente anche il nuovo logo dell’associazione. Che messaggio vuole trasmettere e in che modo rappresenta il passaggio da un’idea di “stampa cattolica” a una comunità di giornalisti e comunicatori presenti in tutti i media?
Abbiamo scelto un logo moderno, che rappresenta la necessità di una svolta, di un’alleanza nuova e salda fra il mondo dell’informazione e l’opinione pubblica. Privilegiamo molto il mondo della scuola, con incontri che coinvolgono centinaia di studenti e con crediti formativi per i giornalisti. Sono scommesse importanti. Abbiamo anche un progetto con Anspi che ci permette di raggiungere i ragazzi negli oratori. È qualcosa di bellissimo. Quanto alla stampa cattolica, non rappresentiamo solo quella, ma tutti i giornalisti e i comunicatori, ovunque lavorino. È una differenza sostanziale, che apre nuovi scenari e nuovi progetti. Siamo pronti.
