Il calcio senza domande

Il rapporto tra giornalisti e uffici stampa delle società è diventato un recinto: le squadre difendono il vuoto, molti cronisti lo abitano senza più provare a scavalcarlo. Ma il punto vero è un altro: il calcio accetterebbe davvero un giornalismo capace di dettare l’agenda invece di farsela dettare?
di Francesco Caremani
C’è una tossicità crescente nel rapporto tra giornalismo sportivo e uffici stampa delle squadre di calcio. Non è fatta solo di tensioni, silenzi, interviste negate, accrediti difficili, telefonate non restituite. È più profonda. Riguarda l’idea stessa di informazione. Da una parte ci sono società che hanno costruito apparati di comunicazione sempre più sofisticati per difendere, spesso, il niente cosmico. Dall’altra ci sono giornalisti che troppo spesso hanno smesso di cercare notizie e si sono abituati a ricevere materiali, frasi, video, accessi controllati, contenuti già impacchettati. In mezzo, il pubblico: trattato da tifoseria quando conviene, da consumatore quando paga, quasi mai da cittadinanza sportiva adulta.
Il calcio contemporaneo parla continuamente. Produce comunicati, format, contenuti social, interviste istituzionali, documentari, newsletter, podcast, immagini dal backstage, dichiarazioni filtrate, conferenze stampa sterilizzate. Eppure dice pochissimo. È un’industria che ha moltiplicato i canali e ridotto il contenuto. La parola non serve a spiegare, ma a presidiare. Non serve a chiarire, ma a contenere il danno. Non serve a rispondere, ma a impedire che le domande prendano la strada sbagliata.
Gli uffici stampa delle società non sono più soltanto strutture di relazione con i media. Sono reparti di controllo narrativo. Il loro lavoro, legittimo dal punto di vista aziendale, è proteggere il club, orientare la percezione, scegliere tempi e interlocutori, limitare l’imprevisto. Il problema nasce quando il giornalismo accetta questa logica come se fosse naturale. Quando confonde l’accesso con la libertà. Quando scambia una frase concessa con una notizia. Quando misura il proprio peso non sulla qualità delle domande, ma sulla vicinanza alla fonte.
Il paradosso è che dentro questi uffici stampa lavorano spesso giornalisti. Persone formate, abilitate, iscritte allo stesso ordine professionale di chi dovrebbe fare domande dall’altra parte del tavolo. È una delle ambiguità più evidenti del sistema: giornalisti che lavorano per rendere più difficile il lavoro di altri giornalisti. Professionisti della mediazione che, invece di favorire trasparenza, costruiscono filtri. Non è una colpa individuale: è una funzione. Ma proprio per questo andrebbe detta con chiarezza. Quando un giornalista entra nella comunicazione di un club, non esercita più lo stesso mestiere del cronista. Usa alcune competenze del giornalismo per un obiettivo diverso: difendere un’istituzione privata.
La parte più ridicola, e insieme più rivelatrice, è la gestione delle interviste in base al risultato del campo. Se la squadra vince, parlano tutti. Se perde, cala il silenzio. Se attraversa una crisi, le voci si diradano. Se c’è un caso scomodo, l’interlocuzione diventa nebbia. È una concezione infantile della comunicazione: il diritto di parola come premio, la trasparenza come ornamento della vittoria, il confronto come accessorio della classifica. Ma proprio quando una squadra perde, sbaglia, decide male, spende male, licenzia, cambia strategia, fallisce un obiettivo, dovrebbe parlare di più. Perché è lì che l’informazione serve. Non nella celebrazione del 3-0.
Invece il calcio preferisce il racconto senza attrito. Vuole il giornalismo quando amplifica, non quando indaga. Lo tollera quando accompagna, non quando disturba. Lo invita quando fa da cornice, non quando prova a entrare nel quadro. La domanda decisiva allora è semplice: le società accetterebbero davvero un giornalismo capace di dettare l’agenda? Accetterebbero domande su proprietà, debiti, plusvalenze, rapporti con gli agenti, scelte industriali, politiche sui prezzi, accessibilità degli stadi, gestione dei settori giovanili, lavoro negli staff, rapporti con le tifoserie, sponsorizzazioni, sostenibilità, responsabilità sociale? Tutti i sintomi dicono di no.
Il punto non è pretendere che i club si trasformino in case di vetro. Sono aziende, spesso società quotate, gruppi internazionali, proprietà private. Hanno interessi, strategie, vincoli. Ma il calcio non è una fabbrica qualsiasi. Occupa spazio pubblico, produce identità collettiva, usa impianti spesso costruiti o sostenuti dalla mano pubblica, muove denaro, influenza comportamenti, incide sull’immaginario di milioni di persone. Chiedere trasparenza non è moralismo. È il minimo sindacale in un settore che chiede costantemente amore, fedeltà, consumo, presenza, abbonamenti, pay-tv, maglie e fiducia.
La responsabilità, però, non sta solo dall’altra parte. Troppo giornalismo sportivo ha accettato il ruolo di terminale periferico della comunicazione dei club. Si è fatto dettare tempi, linguaggi, priorità. Ha inseguito il virgolettato invece della storia. Ha protetto la relazione invece del lettore. Ha trasformato il retroscena in moneta relazionale e la dipendenza dalla fonte in competenza. In molti casi non ribalta l’agenda perché non saprebbe più come farlo. O perché farlo costerebbe troppo: meno accessi, meno confidenze, meno esclusive apparenti, meno inviti, meno prossimità.
Ma un giornalismo che non ribalta mai l’agenda non è giornalismo: è stenografia con il badge. Il suo compito non è aspettare la conferenza stampa, ma arrivarci con domande costruite prima. Non è chiedere “come sta il gruppo?”, ma capire come e perché quel gruppo è stato costruito. Non è registrare la versione ufficiale, ma verificarla. Non è essere contro le società per principio, ma non essere al loro servizio per abitudine.
La conferenza stampa, in questo quadro, è diventata spesso un rito esausto. Domande prevedibili, risposte inutilizzabili, formule ripetute, allenatori costretti alla diplomazia, giocatori educati all’autocensura. Tutti sanno che il contenuto sarà povero, ma tutti fingono che quel passaggio sia ancora centrale. È teatro istituzionale: serve a mostrare che il dialogo esiste, non a produrre conoscenza. Il risultato è una lingua comune fatta di “partita difficile”, “pensiamo gara dopo gara”, “il gruppo ha reagito bene”, “dobbiamo lavorare”. Una lingua senza responsabilità, senza dati, senza conflitto, senza realtà.
Eppure il calcio avrebbe bisogno dell’opposto. Avrebbe bisogno di più domande, non di meno. Di giornalisti capaci di studiare i bilanci come studiano le formazioni. Di leggere i regolamenti come leggono le pagelle. Di conoscere i territori, le curve, i contratti, i diritti audiovisivi, le accademie, le scuole calcio, i rapporti tra club e istituzioni. Avrebbe bisogno di un giornalismo meno affamato di accesso e più affamato di senso.
La democrazia nello sport non consiste nel far parlare tutti dopo una vittoria. Consiste nel rendere contendibile il racconto. Nel permettere che una società sia interrogata anche quando non vuole. Nel riconoscere che chi gestisce un club non possiede anche il significato pubblico di quel club. La maglia appartiene giuridicamente a una società, ma simbolicamente a una comunità molto più ampia. Ed è dentro quella distanza che dovrebbe lavorare il giornalismo.
Oggi, invece, molte società vorrebbero controllare anche quella distanza. Vorrebbero essere fonte, editore, archivio, memoria, tribunale e palcoscenico. Vorrebbero raccontarsi da sole e avere intorno un sistema mediatico disposto a rilanciare. È comprensibile. È anche pericoloso. Perché quando un potere racconta soltanto sé stesso, il problema non è la propaganda: è l’abitudine alla propaganda.
Resta allora una domanda scomoda, prima ancora che politica o professionale: chi ha ancora voglia di fare il giornalista nel calcio? Non il commentatore permanente, non il tifoso evoluto, non il frequentatore di centri sportivi, non il custode dei rapporti personali. Il giornalista. Quello che sa che una domanda può chiudere una porta, ma anche aprire una storia. Quello che non misura la propria autorevolezza sul numero di contatti in rubrica, ma sulla capacità di vedere ciò che il comunicato non dice.
Il calcio continuerà a difendere il niente cosmico finché qualcuno lo chiamerà contenuto. Gli uffici stampa continueranno a centellinare parole finché quelle parole saranno trattate come concessioni regali. E i giornalisti continueranno a farsi dettare l’agenda finché scambieranno l’accesso per informazione.
Ribaltarla, quell’agenda, non significa dichiarare guerra ai club. Significa ricordare che il giornalismo non nasce per accompagnare il potere alla conferenza stampa. Nasce per chiedergli conto di ciò che preferirebbe non spiegare.
