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22/05/2023

Luciana Esposito: «Racconto la mafia per il bene del territorio»

Luciana Esposito è una giornalista classe 1984, vive a Cercola, al confine con Ponticelli, quartiere orientale della zona orientale di Napoli. Nel 2014 ha fondato Napolitan.it, osservatorio perenne sulle dinamiche camorristiche della periferia orientale di Napoli. L’abbiamo intervistata a partire dalla sua esperienza, per riflettere sui cambiamenti avvenuti negli ultimi anni nelle mafie e nel modo di raccontarle da parte dell’informazione, in vista dell’incontro di formazione che si terrà martedì 23 maggio a Torino, presso Sala Toniolo, Palazzo Ceriana Mayneri, intitolato Informazione e poteri criminali. In memoria del procuratore Bruno Caccia.

«Quando ho iniziato – ci racconta – non credevo che avrei ricoperti un ruolo così rilevante all’interno delle dinamiche che affronto, ma i miei articoli vengono citati in ordinanze, c’è attenzione da parte della magistratura rispetto a quello che scaturisce dalle mie inchieste e molto spesso i malavitosi mi contattano per diramare messaggi o comunicare informazioni. Tutto ciò significa che questo lavoro è un megafono importante, che mi ha permesso senza dubbio di conquistare una fetta all’interno di un territorio complicato, che riesco a presidiare come fossi un’inviata dal fronte di guerra. A Ponticelli, quartiere in cui imperversa camorra, c’è una faida in corso dal 2014, quindi da quando è nato il sito. A fasi alterne ci sono state battute d’arresto, ma anche momenti in cui l’escalation di violenza è stata importante, creando un clima simile al fronte di guerra».

Nonostante le continue minacce il suo lavoro non si è mai fermato. In questi giorni secondo il rapporto dell’osservatorio Ossigeno sono 721 i lavoratori dell’informazione che hanno subito attacchi lo scorso anno. Secondo i dati, il 26 per cento delle minacce riguarda peraltro giornaliste.

Indubbiamente lo status di donna che racconta le dinamiche correlate alla camorra presta il fianco a tutta una serie di narrazioni spiacevoli. Alcune notizie fanno proseliti, altre no e consapevole di questo vado avanti con grande serenità, sicura di essere dalla parte giusta. Ne abbiamo discusso di recente anche con il collettivo Giulia giornaliste (GIornaliste Unite LIbere Autonome): abbiamo il dovere di batterci per cambiare la narrazione, perché non ci siano altre colleghe costrette a subite le stesse violenze. Personalmente ho vissuto anni a dover spiegare che siccome mi occupavo di camorra non ero necessariamente una poco buono, ma il fatto stesso che io stia parlando con un collega del Piemonte significa che negli anni qualcosa è stato fatto di buono e do merito di questo anche alla alla Federazione della stampa, che mi è sempre stata al fianco senza se e senza ma, quando ero provata da un punto di vista emotivo. Ora, guardandomi indietro, sono soddisfatta, i problemi non mancano e le minacce nemmeno, ma rispetto al passato c’è una rete che supporta e spero possa fare da traino in questo percorso di cambiamento del contesto.

A quarant’anni dall’assassinio del procuratore di Torino Bruno Caccia, avvenuto il 26 giugno 1983 per mano della ‘ndrangheta, l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte ha promosso un appuntamento di formazione per coltivarne la memoria, ricordare la situazione della criminalità organizzata nel territorio torinese all’epoca. Come sono cambiate le mafie e come è cambiato il modo di raccontarle da parte dell’informazione?

Negli ultimi anni il cambiamento è avvenuto in maniera sostanziale e il ruolo dirompente l’hanno ricoperto sicuramente i social. Ormai sono ricorrenti frame di video presi dai social nelle ordinanze recenti. Un tempo la mafia era più discreta, puntava sull’omertà come punto di forza, mentre ora c’è una rincorsa famelica per acquisire consensi sui social. Oltre a questo aspetto c’è un linguaggio più immediato, di impatto, che parla attraverso modelli comunicativi d’effetto, tatuaggi, barbe; il modello camorristico napoletano è un brand ben definito, che affascina anche ragazzi estranei a contesti malavitosi. In generale riscontro che l’età media si è abbassata in maniera vertiginosa e le bande più che i clan, impugnano le armi anche per futili motivi, non hanno autocontrollo, sulla spinta spesso di fumo e alcol.

Il suo libro, uscito per edizioni Iod, si intitola Nell’inferno della camorra di Ponticelli. Napolitan. In queste pagine ha seguito l’insegnamento di due maestri e amici nella lotta alla camorra, Amato Lamberti e il giovane Giancarlo Siani. E ora?

Il coraggio vero di questo libro non è mio ma di quelle persone non che vivono, ma che resistono in quei rioni martoriati della camorra e mi mettono in condizione di fare il mio lavoro consapevoli dei rischi. Li ringrazio e sento una responsabilità verso di loro. Mi auguro che il mio impegno ricordi allo Stato che Ponticelli esiste e qualcosa venga fatto per favorire un reale e duraturo riscatto sociale. Uscirà anche un secondo volume del libro, con altre cinque storie già in lavorazione. La speranza ora quindi non è solo rispetto al lavoro ma rispetto al territorio. La narrazione dei fatti purtroppo non rende chiaramente e in maniera esaustiva quanto è drammatica la situazione che si vive.

Cosa ne pensa di Mare fuori? La serie, un po’ come era avvenuto per Gomorra, ha fatto molto parlare di questi temi.

Non l’ho vista, ma me la sono fatta raccontare dai ragazzi e dalle ragazze che incontro nelle scuole. Come per Gomorra percepisco esserci una suggestione strana. Questo genere di narrazioni ha un impatto determinante, non tanto nel creare affiliazione, ma nel creare modelli distorti di miti ed eroi buoni.

Eugenio Giannetta

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