
La resistenza come scelta di vita
A ottant’anni dalla Liberazione un convegno patrocinato dall’Ordine del Piemonte
Ottanta anni della Liberazione. “La resistenza come categoria del pensiero” è un convegno internazionale di due giorni (14 e 15 aprile al Circolo della Stampa e al Polo del 900 di Torino). Sarà un percorso guidato, storico e filosofico, sui valori della democrazia che sono sempre più attuali. Parteciperanno giornalisti, storici, scrittori e filosofi dall’Italia e dalle maggiori Università europee. Organizza l’Università di Torino, Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione con il Centro Studi filosofico-religiosi “Luigi Pareyson”. Enrico Guglielminetti, professore ordinario di Filosofia Teoretica presso UNITO e Presidente del Centro “Pareyson”, è il promotore.
Alcuni considerano la Resistenza un tema sorpassato e divisivo. La Liberazione interessa ancora agli Italiani?
«La Resistenza è più attuale che mai. Ogni presente preleva dal passato ciò che gli è contemporaneo. Eventi anche molto lontani possono essere più attuali di eventi capitati qualche mese fa. La resistenza europea è uno di questi eventi lontani che, al di là della cronologia, sono oggi più attuali. La Resistenza non è un ferro vecchio. In Italia nasce in un momento storico di grande disorientamento in cui era impossibile continuare ad applicare gli schemi del passato e in cui tutti erano chiamati a una scelta. Anche per questo è attuale. Anche ora viviamo un periodo di disorientamento e non possiamo sottrarci alla scelta».
Che cosa significa resistere oggi?
«Ugo Perone, già professore alla Humboldt-Universität di Berlino, che dialogherà al Circolo della Stampa con il direttore Ezio Mauro il 14 aprile alle 17, ha definito la Storia come un ‘lungo viaggio di resistenza’. Si resiste nel presente perché il presente non diventi impossibile, non diventi irrespirabile. Si resiste per ciò che vale, per l’essere e per il bene, per ciò che merita di restare».
La Resistenza non è un tema divisivo che sarebbe meglio lasciarsi alle spalle, non sarebbe l’ora di una pacificazione nazionale?
«La resistenza, come scrive Claudio Pavone nel saggio ‘Una guerra civile’ è stata oltre che una guerra di liberazione nazionale e una lotta per una maggiore giustizia sociale, anche una guerra civile tra Italiani. Parlare di ‘guerra civile’ non significa però mettere sullo stesso piano fascisti e partigiani, le due parti non sono equivalenti».
Che cosa possono fare i filosofi per la resistenza?
«La resistenza parte innanzitutto dal linguaggio. Esiste un linguaggio ideologico, che veicola interessi aggressivi di parte, ed esiste un linguaggio rispettoso della verità e degli altri. È innanzitutto qui che incomincia la scelta e che occorre resistere. Accettare un linguaggio minaccioso, che distorca e obnubili la verità, è già fare una scelta per il peggio. Il peggio parte sempre da una parola. Le parole non sono mai secondarie. L’attenzione alle parole e ai concetti è, oggi come sempre, il compito decisivo degli intellettuali».
Oggi si parla molto di resilienza, quale rapporto c’è tra resilienza e resistenza?
«Quello di resilienza è un concetto psicologico. Quello di resistenza è invece un concetto di portata storica. La cultura oggi è in generale molto attenta alla dimensione psicologica, ma troppo poco attenta a quella della storia».
Quali sono le principali novità introdotte da questo convegno?
«Il convegno si occupa della resistenza come categoria del pensiero o anche come categoria filosofica e già solo per questo costituisce una novità».