GIORNALISTI

01/02/2026

Sinigaglia: «Il giornalismo non è morto. Ha già superato altre rivoluzioni»

In un tempo in cui il giornalismo viene spesso dato per finito, la storia torna a parlare. Non per nostalgia, ma per ricordare che questo mestiere ha già attraversato crisi, rivoluzioni tecnologiche e pressioni politiche ben più dure di quelle attuali. Ne è convinto Alberto Sinigaglia, già presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, storico giornalista de La Stampa e oggi presidente del Polo del ’900.

Il dibattito sulla stampa italiana è oggi attraversato da un nodo concreto e urgente: la possibile vendita del gruppo editoriale Gedi – che controlla testate come La Stampa e la Repubblica – ha innescato proteste, scioperi dei giornalisti e richieste di garanzie da parte dei comitati di redazione e dei sindacati per la tutela dell’occupazione, dell’indipendenza editoriale e del pluralismo dell’informazione.

Dalla trasformazione industriale delle redazioni alla responsabilità civile dell’informazione, dal ruolo degli editori alla differenza profonda tra le storie di Repubblica e La Stampa, abbiamo intervistato Sinigaglia intrecciando memoria personale e ricostruzione storica, per difendere un’idea precisa di giornalismo: un mestiere certificato, una garanzia per la democrazia, un presidio di libertà.

Si parla spesso di “fine del giornalismo”. Tu invece sostieni l’opposto. Perché?

«Il giornalismo non è finito, non è morto. Anzi: è una certezza incrollabile. Partiamo da un dato che considero sotto gli occhi di tutti: la raffica di messaggi che, attraverso i social, pervadono aria e menti umane ogni giorno, dimostra esattamente il contrario; dimostra la necessità del giornalismo, ma a una condizione precisa: se si tratta – come deve trattarsi – di un mestiere certificato, quindi se noi in primis facciamo il nostro mestiere».

Il problema, però, è che il mestiere è cambiato radicalmente.

«È vero. Ma non è la prima volta nella storia. Il giornalismo ha già attraversato trasformazioni profonde: l’abbiamo già cambiato con l’avvento dei grafici, con un nuovo modo di fare e spedire fotografie. Abbiamo vissuto la rivoluzione passando dal piombo al computer, e via dicendo. Abbiamo già superato rivoluzioni. Superiamo anche questa e ragioniamo su come offrire il nostro mestiere al futuro».

Qual è oggi la funzione insostituibile del giornalismo?

«Essere una garanzia per la società. Il punto è politico e civile, non nostalgico. Per essere cittadini informati, per fare scelte consapevoli, per giudicare la politica nazionale e internazionale, c’è bisogno di osservatori del mondo. Osservatori che rispondano a un’etica professionale e non all’algoritmo».

In questi giorni si parla molto della vendita di grandi quotidiani. Tu però sottolinei che non tutte le storie editoriali sono uguali.

«La vendita di Repubblica e quella della Stampa hanno aspetti diversi. La vita della famiglia Agnelli per esempio è stata fortemente intrecciata con quella della Stampa. Una differenza non solo proprietaria, ma culturale e storica».

Che tipo di rapporto era quello tra la Stampa e i suoi editori?

«Gli Agnelli furono editori veri. Seguirono entrambi la vita del giornale in un legame che non era formale ma sostanziale. Gianni Agnelli era assiduo al giornale, partecipava alla vita della redazione. Questa per me era la prova che per l’Avvocato quel ruolo non era secondario a quello di presidente della Fiat».

C’è un episodio che racconta meglio di altri questo stile editoriale?

«Quando Amintore Fanfani pretese la testa di Vittorio Gorresio, capo della redazione romana, la risposta fu secca: “Lei avrebbe il coraggio di chiederlo al direttore della Stampa? Io no!”. Quando Gheddafi chiese di cacciare Fruttero e Lucentini e il direttore Arrigo Levi, l’Avvocato disse no, “a costo di perdere un socio fondamentale per le finanze Fiat”. Questo significa essere editore».

Questo stile ha radici più lontane?

«Sì. Il senatore Agnelli difese l’eredità giornalistica di Alfredo Frassati. Pur costretto dal regime a diventare proprietario unico del giornale, mantenne quasi inalterate la redazione e la squadra dei collaboratori. E scrisse a un vicedirettore fascista: “Sia chiaro chi comanda alla Stampa”. Una linea che permise di preservare, anche negli anni più bui, uno spazio di libertà».

La storia della Stampa è anche una storia di resistenza e sacrifici.

«Assolutamente. Ricordo il comitato clandestino che aiutava i perseguitati, i colleghi arrestati. Due furono uccisi: Giovanni Battisti, morto a Mauthausen e Franco Sbragia, fucilato dai nazifascisti. E poi Carlo Casalegno, assassinato dalle Brigate Rosse nel 1977. Ogni anno li ricordiamo il 25 aprile in redazione».

Tutto questo che cosa rappresenta oggi?

«Rappresenta uno stile. Lo stile Stampa. Uno stile fatto di rigore, qualità, moralità, di fedeltà a un’idea di giornalismo, di cultura, di società. Per questo – conclude Sinigaglia –non si può pensare a una svendita. La stampa, intesa come storia, mestiere, responsabilità, è preziosa. E resta una garanzia per la democrazia».

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