Alberto Papuzzi
ATTUALITA'

25/05/2023

Storia di Alberto, il giornalismo che racconta la follia

«Qual è il ruolo del giornalismo nella società civile? Essere una leva di confronto e dibattito per contribuire a decidere come cambiare le cose». A dirlo è Silvia Alparone, giornalista, organizzatrice della Collegno Fòl Fest, la prima festa interamente dedicata alla salute delle menti nel nome dell’inclusione e della cittadinanza organizzata, per sostenere la lotta allo stigma verso il disagio e la malattia mentale e per sensibilizzare al tema, quest’anno in particolare le giovani generazioni.

In occasione di questa seconda edizione (20-28 maggio) abbiamo intervistato Silvia Alparone, che modererà l’incontro “Storia di Alberto, il giornalismo che racconta la follia” (venerdì 26 maggio alle ore 11, Sala Consiliare Città di Collegno – Villa 7, via Torino, 9/viale T. Benetollo – accesso da via Torino, 9 – Collegno), dedicato al ricordo della figura di Alberto Papuzzi (presidente della Subalpina dal 2003 al 2012) e al ruolo fondamentale del giornalismo in una società civile.

All’evento parteciperanno: Mirko Capozzoli (regista), Stefano Tallia (presidente Ordine Giornalisti Piemonte), Mario Toye (psichiatra AslTo3 e Responsabile Residenzialità e Domiciliarità DISM ASL TO3) e Gianfranco Aluffi (direttore scientifico Centro Esperto Regionale, Servizio IESA AslTo3).

Cos’è la Collegno Fòl Fest?

È un festival, ma anche una festa dedicata alla salute delle menti nel nome dell’inclusione e della cittadinanza. Prende spunto da Màt, la settimana dedicata alla salute mentale e sostanzialmente è una settimana di incontri, spettacoli, eventi e workshop sulla salute mentale, ma nell’ottica proprio di una festa. L’iniziativa è promossa da Città di Collegno, AslTo3, ARCI, Cooperativa Il Margine, Lavanderia a Vapore, con il patrocinio dell’Università degli Studi di Torino e il titolo della seconda edizione, La libertà è un cavallo azzurro, annuncia un ospite speciale: Marco Cavallo, e rappresenta il senso di una libertà oltre il muro.

Qui le parole di Franco Basaglia per presentare Marco Cavallo: «Per i “matti” e per tutti noi ha avuto una profonda importanza. Un momento che segnò un inizio; un progetto di vita che non aveva niente più in comune con la soffocante quotidianità del manicomio, che rappresentava piuttosto un legame tra individui in una nuova dimensione. Quando il cavallo azzurro lasciò il ghetto, centinaia di ricoverati lo seguirono. Gli internati dell’ospedale invasero le strade della città portando con sé la speranza di poter stare insieme agli altri in un aperto scambio sociale, in rapporti liberi tra persone libere».

Che cosa rappresenta un evento dedicato al giornalismo in questo contesto?

Papuzzi ha avuto un ruolo fondamentale nel racconto giornalistico di quella che era la psichiatria a Villa Azzurra e rappresenta ancora oggi un modello di riferimento di quello che deve essere il giornalismo nella società civile, ovvero una leva di confronto e dibattito per provare a cambiare le cose. Gli Alberto dell’incontro inoltre sono due, Alberto Papuzzi e Alberto Bonvicini, protagonista del libro Fate la storia senza di me, a cura di Mirko Capozzoli (add editore). Una storia che da libro è diventata documentario ed è emblematica anche per come fa da sfondo al racconto della Torino di quegli anni.

Come è cambiato il giornalismo che racconta la “follia” in questi anni?

Oggi forse per la natura dell’informazione c’è più attenzione ai fatti di cronaca. Quello che credo tutti ci auguriamo è che il giornalismo riesca però a recuperare quei necessari spazi di analisi e approfondimento, in modo da rinforzare il suo ruolo nella società, che era il punto di forza di un tempo. Credo questo evento sia importante anche per raccontare un episodio di rimozione collettiva e del fatto che dopo la chiusura dei manicomi non si sia trovata un’alternativa, come dimostrano peraltro molti fatti di cronaca.

Eugenio Giannetta

Per approfondire: Fate la storia senza di me, di Mirko Capozzoli

L’intervista a Papuzzi dello stesso Capozzoli

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