Digital News Report Italia 2026: l’informazione cambia pelle

Meno fiducia, più piattaforme. Pubblico disincantato e più selettivo: tra algoritmi, creator e AI, la sfida è ricostruire una relazione con il pubblico, fondata su qualità, rigore e approfondimento
Gli italiani continuano a cercare notizie, ma sempre meno attraverso i canali tradizionali che per decenni hanno organizzato il consumo dell’informazione. È quanto emerge dal Digital News Report Italia 2026, che racconta un pubblico sempre più distante dai media tradizionali e più incline a informarsi attraverso piattaforme, social network e strumenti di intelligenza artificiale.
Solo il 34% degli italiani dichiara di essere molto o estremamente interessato all’informazione, contro il 74% registrato dieci anni fa. Ancora più marcato il disinteresse verso la politica, che coinvolge appena il 16% della popolazione.
A diminuire non è soltanto l’interesse, ma anche la fiducia. Solo un italiano su tre ritiene affidabili le notizie che riceve, segnale di una crescente difficoltà dei media nel mantenere un rapporto di credibilità con il proprio pubblico. La fiducia cala ulteriormente quando l’informazione arriva attraverso i social media o tramite chatbot basati sull’intelligenza artificiale, mentre cresce la preoccupazione per la diffusione della disinformazione online.
La vera trasformazione riguarda però i canali di accesso alle notizie. Per la prima volta il digitale consolida il proprio vantaggio sulla televisione come fonte utilizzata settimanalmente, anche se la televisione resta ancora il principale punto di riferimento quando si chiede agli utenti quale sia il mezzo informativo più importante. Nel frattempo i social media rafforzano il loro ruolo: quasi la metà degli italiani li utilizza per informarsi e oltre uno su cinque li considera la propria fonte principale di notizie.
Il rapporto evidenzia inoltre un cambiamento strutturale nel rapporto tra pubblico e testate. Solo una minoranza degli utenti raggiunge direttamente i siti o le app dei giornali. Sempre più spesso l’accesso alle notizie è mediato da piattaforme, motori di ricerca e sistemi di intelligenza artificiale. Per gli editori questo significa perdere progressivamente il controllo non solo della distribuzione dei contenuti, ma anche della relazione diretta con i lettori e dei dati che ne derivano. In questo scenario le testate rischiano di diventare sempre più dipendenti dagli intermediari digitali, che controllano la visibilità dei contenuti e l’accesso al pubblico.
I dati sulla fiducia nelle singole testate mostrano una tendenza evidente: le agenzie e i marchi percepiti come più orientati all’informazione fattuale continuano a godere della maggiore fiducia dei lettori. In testa si collocano Ansa (74%), Sky TG24 e Il Sole 24 Ore (64%). Colpisce l’assenza, ai vertici della classifica, di molte testate particolarmente influenti nel dibattito politico e culturale. I dati suggeriscono che i lettori tendano a premiare le fonti percepite come più istituzionali e meno schierate, mentre le testate maggiormente identitarie o orientate all’opinione incontrano livelli di fiducia più contenuti.
Gli italiani continuano inoltre a pagare poco per l’informazione online: appena l’8% sottoscrive un abbonamento digitale, uno dei dati più bassi in Europa.
Emerge poi la crescita dei creator e dei newsfluencer. Pur non sostituendo il giornalismo professionale, questi nuovi attori intercettano quote crescenti di pubblico grazie a linguaggi più informali, formati nativi delle piattaforme e una relazione percepita come più diretta e autentica con gli utenti.
Il giornalismo si muove dunque sempre più lontano dai luoghi che per decenni ne hanno garantito autorevolezza, identità e sostenibilità economica. La sfida non è soltanto produrre informazione di qualità, ma riuscire a mantenere una relazione riconoscibile e credibile con il pubblico in un ecosistema in cui la notizia arriva quasi sempre filtrata da un intermediario. Chi saprà preservare questo legame avrà un vantaggio competitivo ben più importante della semplice visibilità.
Carla Piro Mander
