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La Carta Arcobaleno trova casa

14 Maggio 2026
7 min di lettura
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Dal primo Osservatorio Media e Omosessualità al lavoro dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte con il Coordinamento Torino Pride: così nasce una guida per raccontare le persone LGBTQIA+ con rispetto e consapevolezza. Il 17 maggio la presentazione al Salone del Libro, il 27 maggio il corso di formazione a Palazzo Ceriana. E anche l’Ordine della Liguria ne delibera la diffusione

di Pasquale Quaranta *

Ci sono parole che restano fuori casa per anni. Bussano, aspettano, trovano porte socchiuse, qualche corridoio freddo, molte stanze già occupate. Poi, un giorno, qualcuno decide che non basta più ospitarle ogni tanto: bisogna fare spazio davvero. La Carta Arcobaleno per un’informazione rispettosa e consapevole sulle persone LGBTQIA+ nasce così. Come una porta aperta dentro la casa comune del giornalismo. Non un gesto simbolico, non una concessione linguistica, non un galateo delle buone intenzioni. Ma uno strumento di lavoro, pensato per redazioni, giornaliste, giornalisti, titolisti, desk, social media manager, scuole di giornalismo, corsi di formazione.

La Carta, messa a punto dall’Ordine dei Giornalisti del Piemonte insieme al Coordinamento Torino Pride, contiene i principi chiave della corretta informazione sulle persone LGBTQIA+ e un glossario minimo da usare nel lavoro quotidiano. Parla di titoli, immagini, fonti, privacy, nomi e pronomi, orientamento sessuale, identità di genere, famiglie, commenti d’odio, dettagli irrilevanti, stereotipi che si infilano nelle notizie anche quando non ce ne accorgiamo.

Il percorso che porta a questa Carta viene da lontano. Già nel 2011, all’Università di Roma Tor Vergata, una giornata di studio intitolata “Omosessualità e media. Le parole e le immagini contano” poneva una domanda che oggi sembra ancora più urgente: che responsabilità hanno giornali, televisioni, immagini e titoli nel modo in cui il Paese guarda le persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e queer? Era il 5 ottobre 2011. L’incontro concludeva il “Corso di educazione alle differenze affettive e sessuali”, finanziato dalla Provincia di Roma e gestito dal Cirps Consortium, consorzio universitario dell’Università Sapienza di Roma, insieme al Dipartimento di ricerche filosofiche dell’Università di Roma Tor Vergata. A organizzarlo fu l’Osservatorio Media e Omosessualità, una delle prime esperienze nate per osservare in modo sistematico il racconto mediatico delle persone omosessuali e trans. Da quell’esperienza nacque anche il Premio giornalistico Penna Arcobaleno, pensato per riconoscere chi sapeva raccontare orientamento sessuale e identità di genere con correttezza, precisione e rispetto. Non un premio alla gentilezza: un premio al buon giornalismo. Perché il punto, già allora, era chiaro. Non serviva un’informazione favorevole. Serviva un’informazione esatta. Ma i tempi non erano ancora maturi.

Negli anni successivi il panorama italiano è cambiato. Sono nate esperienze che hanno dato continuità, visibilità e metodo a questo lavoro: la Fondazione Diversity, i Diversity Media Awards, le ricerche sulla rappresentazione nei media, le linee guida sul linguaggio inclusivo, i percorsi di formazione nelle aziende e nelle redazioni. Piano piano si è fatta strada una consapevolezza: diversità, equità e inclusione non sono temi laterali. Sono una misura della qualità dell’informazione. Dentro questo percorso è nata anche, in una redazione nazionale, la figura del Diversity Editor: un presidio professionale sui temi della rappresentazione, del linguaggio, dell’accessibilità e dell’inclusione. La Carta Arcobaleno la richiama, invitando le redazioni, laddove possibile, a dotarsi di competenze e figure capaci di accompagnare il cambiamento. È un passaggio importante: ciò che per anni è stato affidato alla sensibilità individuale comincia a diventare pratica editoriale, organizzazione del lavoro, cultura professionale. Da qui prende forma anche una riflessione più ampia sul Diversity Journalism: un giornalismo che non interviene solo alla fine, per correggere una parola, ma all’inizio, quando si sceglie lo sguardo. Quali storie entrano in pagina? Chi viene intervistato? Quali fonti sono considerate autorevoli? Quali corpi, famiglie, identità ed esperienze restano invisibili? Quali dettagli finiscono nel titolo e quali, invece, non servono a capire la notizia?

Le parole contano. Ma prima delle parole viene lo sguardo. La Carta Arcobaleno nasce su questo confine: tra linguaggio e deontologia, tra rappresentazione e responsabilità, tra professione e società. E trova finalmente casa a Torino, in un terreno fertile. Il ruolo dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte è stato decisivo. Il presidente Stefano Tallia ha colto il valore professionale e civile del progetto: portare questi temi dentro la formazione, dentro la deontologia, dentro la casa delle giornaliste e dei giornalisti. Non come atto celebrativo, ma come scelta di responsabilità. Il lavoro è stato corale. Gabriele Guccione, Maria Teresa Martinengo e Antonella Mariotti hanno portato l’esperienza dell’Ordine, della professione e della formazione. Fondamentale è stato il contributo del Coordinamento Torino Pride, perché questa Carta non è stata scritta “sulle” persone LGBTQIA+, ma con le persone LGBTQIA+. Per il Pride torinese, Sofia Darino e Christian Azzara hanno portato dentro il lavoro il punto di vista delle comunità, la memoria delle battaglie, l’esperienza concreta di chi conosce gli effetti delle parole sulla vita delle persone. Una casa, del resto, non è fatta solo di muri. È fatta da chi la abita. E questa Carta non sarebbe la stessa senza l’incontro tra Ordine, giornalismo, associazioni, comunità, formazione e pratica quotidiana delle redazioni.

Il primo appuntamento pubblico sarà domenica 17 maggio, nella Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, al Salone Internazionale del Libro di Torino, dalle 14.45 alle 15.45, nello spazio della Città di Torino. Una data simbolica, ma anche concreta: la Carta si presenta in uno dei luoghi più importanti della cultura italiana, nel giorno in cui il Paese è chiamato a interrogarsi su discriminazioni, violenze, stereotipi e responsabilità pubbliche. Il percorso continuerà poi mercoledì 27 maggio, dalle 10 alle 13, a Palazzo Ceriana-Mayneri, sede dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, con il corso di formazione “La Carta Arcobaleno. Per un’informazione rispettosa e consapevole sulle persone LGBTQIA+”. Sarà il passaggio decisivo: la Carta entrerà nella formazione professionale, tra casi concreti, titoli, immagini, fonti, glossario, errori ricorrenti e buone pratiche. Intanto, il progetto comincia già a uscire dai confini piemontesi. L’Ordine dei Giornalisti della Liguria, nel consiglio odierno, ha deliberato la diffusione della Carta Arcobaleno messa a punto dall’Ordine del Piemonte. È un segnale importante: questa nuova stanza della casa professionale può aprire porte anche altrove.

La prospettiva, ora, è nazionale. L’obiettivo è che la Carta possa essere conosciuta, discussa, adottata e valorizzata anche dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti. Non per aggiungere un altro testo a una biblioteca già ricca, ma per colmare un vuoto. Il giornalismo italiano si è dotato negli anni di strumenti specifici per raccontare minori, persone migranti, persone detenute, violenza di genere, disabilità. Le persone LGBTQIA+ meritano lo stesso livello di attenzione, competenza e tutela. A chi si chiede se una Carta serva davvero, basta guardare alle cronache di questi anni: outing non consensuali, persone transgender chiamate con il nome precedente, orientamento sessuale inserito nei titoli senza rilevanza giornalistica, immagini folkloristiche, dettagli morbosi, famiglie raccontate come eccezioni, identità trasformate in bersagli da commento. La Carta Arcobaleno nasce per evitare tutto questo. Le parole e le immagini contano. Lo si diceva già nel 2011. Oggi quella frase trova una casa più solida, più grande, più condivisa. E come ogni casa professionale degna di questo nome, anche questa non chiude la porta. La apre.

Pasquale Quaranta, giornalista e Diversity Editor del Gruppo GEDI, scrive per la Repubblica e La Stampa. Da oltre vent’anni lavora su linguaggio, rappresentazione e persone LGBTQIA+ nei media. Tra i redattori della Carta Arcobaleno, cura la newsletter Diversity Journalism — informare senza discriminare — su www.p40.it

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