GIORNALISTI

Premio Pestelli, Tallia: «L’informazione deve tornare al centro della vita pubblica»

30 Ottobre 2026
5 min di lettura
premio pestelli 2026

La radio, la forza delle parole e il futuro dell’informazione. Sono stati questi i temi al centro della consegna del Premio Pestelli 2026, che ha riunito a Palazzo Ceriana Mayneri, a Torino, giornalisti e studiosi per un confronto sull’evoluzione del linguaggio radiofonico. L’incontro, promosso dall’Ordine dei Giornalisti del Piemonte e dal Centro Studi sul giornalismo Gino Pestelli, ha affrontato le trasformazioni di un mezzo capace di rinnovarsi nel racconto della cronaca, del costume e dello sport.

Ad aggiudicarsi l’XI edizione del riconoscimento dedicato alle migliori tesi di laurea sul giornalismo è stata Alessandra Bassolino, dell’Università La Sapienza di Roma, con L’italiano trasmesso: analisi linguistica del medium radiofonico. Menzioni speciali a Gloria Morotti, dell’Università di Bergamo, e Greta Giglio, dell’Università Tor Vergata di Roma. Un’edizione caratterizzata dalla qualità dei lavori, come aveva sottolineato il presidente del Centro Pestelli Giorgio Levi nell’intervista pubblicata prima dell’evento: «Mai come quest’anno è stato difficile scegliere».

La ricerca premiata ha offerto lo spunto per interrogarsi sulle caratteristiche della radio. «Ho scelto di studiarla perché ha una peculiarità: la parola è protagonista», ha spiegato Bassolino: «La radio ci permette di dedicarci ad altre attività mentre ascoltiamo: questa possibilità di fare più cose contemporaneamente è una delle ragioni per cui è destinata ad avere ancora lunga vita».

La tesi esplora diversi generi radiofonici, dall’informazione allo sport: «Ho analizzato il giornale radio, confrontando un’emittente privata come Radio Capital e una pubblica come Radio 1 in occasione del settantesimo anniversario della Repubblica. Poi ho affrontato il genere sportivo, con la finale degli Europei 2020 tra Inghilterra e Italia. La scelta delle parole deve dare a chi ascolta la possibilità di vedere ciò che non può vedere».

Nel corso dell’incontro è intervenuto in collegamento Filippo Corsini, caporedattore della redazione sportiva di RadioRai e voce di Tutto il calcio minuto per minuto. Un percorso professionale – il suo – legato al racconto dello sport attraverso la radio e a una delle trasmissioni più rappresentative della sua storia.

Poi è intervenuto lo storico dell’Università di Torino Mauro Forno che ha allargato lo sguardo alle origini delle trasformazioni del mezzo. «La radio ha anticipato alcune dinamiche che oggi riguardano i social media», ha osservato, richiamando la definizione di “medium caldo” formulata da Marshall McLuhan nel 1964. «Sono gli anni in cui anche sul piano tecnologico si introducono innovazioni che riducono i costi dei mezzi di trasmissione».

Dal linguaggio radiofonico al ruolo pubblico del giornalismo, Stefano Tallia, presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, ha posto al centro la necessità di riportare l’informazione nel dibattito collettivo: «Queste tesi ci raccontano la direzione nella quale andiamo, ci offrono uno sguardo che consente di dare futuro. Ma i giornalisti non possono fare da soli: i temi dell’informazione devono essere riportati al centro della vita pubblica per i valori democratici che esprimono».

Per Tallia, la storia delle radio private offre una lezione anche sul presente: «La rottura del monopolio aveva aperto possibilità di crescita intellettuale e produttiva. Ma senza regole si è arrivati a una concentrazione enorme e ai conflitti di interesse. È lo stesso meccanismo che si sta verificando in rete: quella grande stagione di libertà, che ci aveva aperto nuove possibilità di conoscenza, si sta restringendo sotto il controllo di monopoli internazionali».

Una questione che investe anche l’intelligenza artificiale: «Il tema non è soltanto la sostituzione delle attività svolte dall’uomo, ma il controllo della conoscenza: chi controllerà ciò che studieremo, ciò che penserà l’opinione pubblica? Servono regole che tutelino l’informazione di qualità».

Da qui il richiamo alla distinzione tra contenuti editoriali e commerciali: «Come Ordine del Piemonte siamo accoglienti, ma ci sono barriere che non possono essere superate: la separazione tra informazione e pubblicità è una di queste. Chi produce contenuti a pagamento come influencer, a quelle condizioni, non fa informazione. Un conduttore radiofonico che tratta contenuti editoriali, invece, si occupa di informazione e può iscriversi all’Ordine, entrando in un perimetro nel quale il rispetto delle regole è garantito. Di informazione si parla poco e male: dobbiamo agire perché questi temi tornino al centro dell’agenda pubblica».

A sottolineare la capacità della radio di rinnovarsi è stato il giornalista Paolo Maggioni, che ha ricordato il proprio legame con il Pestelli: anni fa la sua tesi dedicata a Beppe Viola aveva ricevuto una menzione. «È un premio giovane, non soltanto per il numero di edizioni, ma perché guarda al futuro. In fondo è la stessa cosa che fa la radio: il mezzo più antico e insieme più moderno, più fresco, più giovane. Oggi ci sono tanti modi di fare radiofonia: podcast, radiodocumentari, trasmissioni via etere. Cambia anche il pubblico, che non è più soltanto quello degli automobilisti diretti al lavoro: i nuovi sistemi di trasmissione raggiungono generazioni diverse».

Maggioni ha ripercorso anche la propria esperienza a Radio Popolare: «Dal 1976 ha innovato il linguaggio radiofonico, azzerando il rapporto dominante tra chi stava al microfono e chi ascoltava. Si regge sui suoi abbonati per rimanere indipendente: si parla la stessa lingua, si usano le parole di una comunità». Un percorso proseguito nel servizio pubblico, con esperienze come quella a Radio 2: «Un linguaggio sempre libero che ha saputo guardare alla costruzione di mondi e non soltanto alla buona riuscita delle trasmissioni. La radio sa stare al passo con i tempi, interpretarli e innovarli».

Sulla capacità delle emittenti di interpretare il presente è intervenuto dal pubblico, nel finale, Carlo Degiacomi, giornalista, fondatore e direttore di Radio Torino Popolare. Richiamando i dati sugli ascoltatori e il rapporto tra reti nazionali ed emittenti locali, ha invitato a interrogarsi sulla capacità della radio di rinnovarsi: «Viviamo in una società velocissima, ma ci sono radio ferme a dieci anni fa. Penso che molte andranno avanti proprio perché saranno capaci di intervenire ancora sull’importanza delle parole».

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