Primo Maggio, Spanò: «I giornalisti facciano valere i propri diritti»

In occasione del Primo Maggio, Casa dei Giornalisti ha intervistato l’avvocata giuslavorista Maria Spanò per fare il punto sulle condizioni di lavoro nel mondo dell’informazione. Dalla precarietà crescente ai compensi insufficienti, fino alle tutele spesso assenti per i freelance, emerge il quadro di una professione sempre più fragile. Un confronto sui diritti dei giornalisti oggi e sulle sfide ancora aperte, tra trasformazioni del settore, responsabilità degli editori e necessità di rafforzare le garanzie per chi lavora.
Che significato assume oggi il Primo Maggio per chi lavora nell’informazione, considerando le profonde trasformazioni del settore?
«Iniziamo a ragionare su una difficoltà che hanno i giornalisti a tutto campo. Al di là delle vicende più eclatanti, che sono la vendita di Gedi e la vendita imminente della testata “La Stampa”, con le comprensibili preoccupazioni, cosa possiamo dire? Esiste una tutela legale: il codice prevede che i diritti dei lavoratori che passano da un editore a un altro siano tutelati, quindi dovrebbero stare tranquilli. Ma nell’editoria il cambio di editore è più significativo che in altri settori, perché può esserci una riorganizzazione, un cambio degli assetti editoriali che muta l’orientamento dell’editore. Nei cambi di proprietà – e questo vale per tutti –, nelle riorganizzazioni, le preoccupazioni sono sempre comprensibili. Il lavoro giornalistico per di più in questi anni si è indebolito, anche per chi lavora nelle redazioni, e questo rende la posizione attuale molto fragile».
Sempre più giornalisti oggi lavorano come autonomi o freelance. Siamo di fronte a una categoria sempre più precarizzata?
«Quello che noto dalla prospettiva che ho come giuslavorista è che i contratti di lavoro in ambito giornalistico subordinato sono sempre meno. Il numero e la diffusione dei rapporti parasubordinati e autonomi invece è significativo, e bisogna soffermarsi su questi numeri. Il lavoro non strutturato, quello del collaboratore, riguarda giornalisti non subordinati che però spesso rientrano in quella gamma che viene definita di “dipendenza economica”, ovvero chi lavora prevalentemente o esclusivamente per un editore. Non sono subordinati, ma sono dipendenti economicamente perché hanno quasi un unico committente. La posizione in questi casi è di estrema fragilità».
Quali sono oggi le principali criticità dal punto di vista giuslavoristico per i freelance?
«Il freelance vero elabora opere, articoli, servizi, li vende ed è possibile anche che alcune volte abbia un potere contrattuale significativo. Ma ci sono invece collaboratori che operano in regime di autonomia o parasubordinazione che spesso sono fittizi e nascondono reali rapporti di subordinazione. Questo accade quando c’è continuità della messa a disposizione della prestazione, non di volta in volta un singolo servizio o pezzo».
Il tema dell’equo compenso torna spesso al centro del dibattito. Le norme esistenti sono sufficienti o ci sono ancora lacune importanti? Quali sono, concretamente, i diritti che oggi un giornalista freelance non ha rispetto a un lavoratore dipendente?
«Considerando collaboratori e freelance autentici, si apre un deserto di tutele. Anche quando ci sono leggi, come quella del 2013 con commissioni ministeriali, Fieg e componenti dell’Ordine che dovevano elaborare tariffe di equo compenso, con una delibera che è stata poi annullata. La nuova normativa del 2023 parla di parametri dei professionisti: la struttura è un po’ diversa, non si prevedono tariffe con commissione ad hoc ma è il Consiglio dell’Ordine che elabora tariffe che devono poi essere approvate con decreto ministeriale. L’Ordine le ha elaborate a oggi, ma il Ministero non le ha ancora approvate, e sono passati tre anni con la procedura arenata. Questa proposta garantirebbe un compenso più equo e aiuterebbe molto una tutela giudiziaria in questo senso».
Quanto sono effettivamente accessibili le tutele fondamentali come malattia, maternità o ferie per chi lavora in modo autonomo nel giornalismo?
«Sono diritti che spesso vengono considerati dei privilegi. Il giornalista dipendente subordinato può esercitare questi diritti, anche se non sempre è così. Il collaboratore e il freelance non hanno questi diritti: se ti assenti spesso la collaborazione viene sospesa e, se sei autonomo, non vai a lavorare con tutto quello che comporta in termini di ricadute sul rapporto e conseguenze secondarie. La fragilità qui arriva alla sua massima potenza, non avendo tutele che non sempre è facile riconoscere e difendere. Malattie di lunga durata, disabilità: vale per tutto. Non dimentichiamo che il freelance ha strumenti che deve pagarsi, aumentando una disparità che esiste ed è chiara. E poi la ricaduta del rientro in operatività è difficile per tutti, ancora di più per i collaboratori: nessuno garantisce il contesto, il posto e la situazione precedente prima di assentarsi. Per assenze significative come maternità o patologie più lunghe, tutto ciò rende questi collaboratori assoggettabili, e il loro potere diventa ancora più fragile. Si accettano condizioni sempre più precarie per necessità, che li rendono ancora più esposti. Questo discorso merita una discussione anche oltre il diritto del lavoro: il giornalista non è un lavoratore come gli altri, l’informazione ha un’importanza determinante nella vita e nell’evoluzione della società, e la precarietà, l’insicurezza e la povertà determinano tutto questo e rendono debole il sistema dell’informazione».
Dal punto di vista dei diritti, quali rischi e opportunità vede per il prossimo futuro?
«La via che vedo è quella di portare nelle aule di giustizia le diverse storture e fragilità. Ci sono due freni, dalla mia prospettiva ed esperienza, che riguardano anche i subordinati ma sicuramente di più i freelance, meno tutelati. Il primo è la paura di ritorsioni: se porto in giudizio il rapporto avrà ricadute negative. Questo è vero ma fino a un certo punto. È un’ottica che bisognerebbe combattere. Si fanno cause anche per rapporti di lavoro in corso: se ho ricadute negative, quella è una ritorsione che a sua volta può dare adito a un’ulteriore reazione giudiziaria. Non si può consolidare l’idea che si faccia affidamento sulla non ribellione. Serve anche l’esempio: se si introduce una reazione, si inserisce in un sistema positivo, sia perché l’editore, per evitare che i contenziosi proliferino, cambia, sia perché se più persone si lamentano, alla fine un sistema può migliorare. Il secondo ostacolo è economico ed è trasversale, ma colpisce di più chi è più vulnerabile. Il nostro ordinamento, anche quando si può ricorrere al giudice del lavoro, nell’ambito del lavoro autonomo prevede il tribunale civile ordinario, non il giudice del lavoro. Il costo dei processi è un problema serio: il contributo unificato da pagare all’inizio, e se perdi paghi il doppio e devi pagare le spese processuali alla controparte. La condanna alle spese processuali dal 2014 è un problema estremamente serio, anche nei processi del lavoro. A volte far valere le proprie ragioni implica una spesa con la speranza di recuperare soldi, e rappresenta un elemento di forte dissuasione».
Se dovesse lanciare un messaggio ai giornalisti, soprattutto freelance, in occasione del Primo Maggio, quale sarebbe?
«Che prendano coraggio e si fidino di altri professionisti, come i legali, che possono davvero aiutare. Che si rompa questa “scatola di cristallo” che intimidisce. Trovino il coraggio di farsi valere».
