GIORNALISTI

Primo Maggio, Spanò: «I giornalisti facciano valere i propri diritti»

29 Aprile 2026
6 min di lettura
giornalisti-unsplash

In occasione del Primo Maggio, Casa dei Giornalisti ha intervistato l’avvocata giuslavorista Maria Spanò per fare il punto sulle condizioni di lavoro nel mondo dell’informazione. Dalla precarietà crescente ai compensi insufficienti, fino alle tutele spesso assenti per i freelance, emerge il quadro di una professione sempre più fragile. Un confronto sui diritti dei giornalisti oggi e sulle sfide ancora aperte, tra trasformazioni del settore, responsabilità degli editori e necessità di rafforzare le garanzie per chi lavora.

Che significato assume oggi il Primo Maggio per chi lavora nell’informazione, considerando le profonde trasformazioni del settore?

«Iniziamo a ragionare su una difficoltà che hanno i giornalisti a tutto campo. Al di là delle vicende più eclatanti, che sono la vendita delle quote societarie di Gedi e la vendita imminente della testata “La Stampa”, con le comprensibili preoccupazioni, cosa possiamo dire? Esiste una tutela legale: il codice prevede che i diritti dei lavoratori che passano da un editore a un altro siano mantenuti, quindi dovrebbero stare tranquilli. Ma nell’editoria il cambio di editore è più significativo che in altri settori, perché può esserci una riorganizzazione, un cambio degli assetti editoriali che muta l’orientamento dell’editore. Nei cambi di proprietà – e questo vale per tutti –, nelle riorganizzazioni, le preoccupazioni sono sempre comprensibili. Il lavoro giornalistico per di più in questi anni si è indebolito, anche per chi lavora nelle redazioni, e questo rende la posizione attuale dei giornalisti molto fragile».

Sempre più giornalisti oggi lavorano come autonomi o freelance. Siamo di fronte a una categoria sempre più precarizzata?

«Quello che noto dalla prospettiva che ho come giuslavorista è che i contratti di lavoro in ambito giornalistico subordinato sono sempre meno. Il numero e la diffusione dei rapporti parasubordinati e autonomi invece è significativo, e bisogna soffermarsi su questi numeri. Il lavoro non strutturato, quello del collaboratore, riguarda giornalisti non subordinati che però spesso rientrano in quella gamma che viene definita di “dipendenza economica”, ovvero chi lavora prevalentemente o esclusivamente per un editore. Non sono subordinati, ma sono dipendenti economicamente perché hanno quasi un unico committente. La posizione in questi casi è di estrema fragilità».

Quali sono oggi le principali criticità dal punto di vista giuslavoristico per i freelance?

«Il freelance vero elabora opere, articoli, servizi, li vende ed è possibile anche che alcune volte abbia un potere contrattuale significativo. Ma ci sono invece collaboratori che operano in regime di autonomia o parasubordinazione che spesso sono fittizi e nascondono reali rapporti di subordinazione. Questo accade quando c’è continuità della messa a disposizione della prestazione, non di volta in volta di un singolo servizio o pezzo».

Il tema dell’equo compenso torna spesso al centro del dibattito. Le norme esistenti sono sufficienti o ci sono ancora lacune importanti? Quali sono, concretamente, i diritti che oggi un giornalista freelance non ha rispetto a un lavoratore dipendente?

«Considerando collaboratori e freelance autentici, si apre un deserto di tutele. Anche quando ci sono leggi, come quella del 2013 con commissioni ministeriali, Fieg e componenti dell’Ordine che dovevano elaborare tariffe di equo compenso, con una delibera che è stata poi annullata dal TAR e dal Consiglio di Stato. La nuova normativa del 2023 parla di parametri dei professionisti: la struttura è un po’ diversa, non si prevedono tariffe con commissione ad hoc ma è il Consiglio dell’Ordine che elabora tariffe che devono poi essere approvate con decreto ministeriale. L’Ordine le ha elaborate a oggi, ma il Ministero non le ha ancora approvate, e sono passati tre anni; la procedura si è arenata. Questa proposta garantirebbe un compenso più equo e aiuterebbe molto una tutela giudiziaria in questo senso».

Quanto sono effettivamente accessibili le tutele fondamentali come malattia, maternità o ferie per chi lavora in modo autonomo nel giornalismo?

«Sono diritti che spesso vengono considerati dei privilegi. Il giornalista dipendente subordinato può esercitare questi diritti, anche se non sempre è così facile. Il collaboratore e il freelance invece non hanno queste tutele: se si assentano, spesso la collaborazione viene sospesa e, se sono autonomi, non lavorano con tutto quello che ciò comporta in termini di ricadute sia sul rapporto che di conseguenze secondarie. La fragilità in questi casi arriva alla sua massima potenza, non avendo tutele giuridiche da riconoscere e difendere, ad esempio per malattie di lunga durata, disabilità. E poi vi sono le ricadute al rientro in operatività, che è difficile per tutti, ancora di più per i collaboratori: nessuno garantisce il contesto, il posto e la posizione preesistenti ad assenze significative, come maternità o patologie di lunga durata; tutto ciò rende questi collaboratori vulnerabili, e il loro potere contrattuale diventa ancora più fragile. Si accettano condizioni sempre più precarie per necessità, che rendono ancora più esposti. Questo discorso merita una discussione che vada anche oltre il diritto del lavoro: il giornalista, infatti, non è un lavoratore come gli altri perché l’informazione ha un ruolo determinante, e la precarietà, l’insicurezza e la povertà, determinano vulnerabilità e soggezione che possono rendere più debole il sistema dell’informazione».

Dal punto di vista dei diritti, quali rischi e opportunità vede per il prossimo futuro?

«La via che vedo è quella di portare anche nelle aule di giustizia le diverse storture e fragilità. Ci sono tuttavia due freni, secondo la mia prospettiva ed esperienza, che condizionano anche i giornalisti subordinati, ma sicuramente di più i freelance, come detto meno tutelati. Il primo è la paura di ritorsioni: se cito in giudizio l’editore, il rapporto potrebbe avere ricadute negative. Questo è vero ma fino a un certo punto. È un’ottica che bisognerebbe combattere. Si fanno cause anche per rapporti di lavoro in corso: se vi sono ricadute negative, si ha una ritorsione che a sua volta può dare adito a un’ulteriore reazione giudiziaria. Non si può consolidare l’idea che si possa far affidamento sulla non reazione alla violazione di diritti. Serve anche l’esempio: se si introduce una reazione, si inserisce in un sistema positivo, sia perché l’editore, per evitare che i contenziosi proliferino, potrebbe cambia approccio, sia perché più lavoratori si lamentano, più il sistema può migliorare. Il secondo ostacolo è economico ed è trasversale, ma colpisce di più chi è più economicamente vulnerabile. Il nostro ordinamento, infatti, sia quando si può ricorrere al giudice del lavoro, che nell’ambito del lavoro autonomo per cui la competenza è del tribunale civile ordinario, il costo dei processi è un problema serio: anzitutto è previsto un contributo unificato, da pagare all’avvio del giudizio; e poi, se si perde si paga il doppio del contributo e le spese processuali alla controparte. La condanna alle spese processuali dal 2014 è un problema estremamente serio sia in termini di automatismo che in termini di importi, anche nei processi del lavoro. Far valere le proprie ragioni implica in ogni caso una spesa iniziale certa, con la speranza di recuperare il costo all’esito del giudizio, e ciò rappresenta un elemento di forte dissuasione».

Se dovesse lanciare un messaggio ai giornalisti, soprattutto freelance, in occasione del Primo Maggio, quale sarebbe?

«Che prendano coraggio e si fidino di altri professionisti, come i legali, che possono davvero aiutare. Che si rompa questa “scatola di cristallo” che intimidisce. Trovino il coraggio di far valere i propri diritti».

agenda

Eventi formativi

L’agenda della formazione professionale continua dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte.

Eventi istituzionali

Tutti i nostri eventi istituzionali dedicati ai giornalisti del Piemonte.

Cerca: