Carta Arcobaleno: «Ogni persona ha diritto a essere rappresentata in maniera corretta»

Il 17 maggio, in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, al Salone del Libro, negli spazi della Città di Torino, è stata presentata la Carta Arcobaleno per un’informazione rispettosa e consapevole sulle persone LGBTQI+, il documento elaborato dall’Ordine dei Giornalisti del Piemonte insieme al Coordinamento Torino Pride dopo un percorso di lavoro durato oltre sei mesi.

Alla presentazione sono intervenuti il presidente dell’Ordine Stefano Tallia, il consigliere Gabriele Guccione, la segretaria Maria Teresa Martinengo, la tesoriera Antonella Mariotti, il Diversity Editor Pasquale Quaranta, Sofia Darino e Margherita Anna Jannon del Coordinamento Torino Pride, oltre all’assessore a welfare, diritti e pari opportunità della città di Torino Jacopo Rosatelli. Il 27 maggio il percorso proseguirà con un corso di formazione a Palazzo Ceriana Mayneri.

Ad aprire gli interventi è stato proprio Rosatelli, che ha sottolineato il valore del lavoro avviato dall’Ordine e il ruolo delle istituzioni nel sostenerlo: «La politica non deve mettere il cappello sull’attività dei giornalisti, ma come istituzione riconosciamo un’altra istituzione come l’Ordine e riconosciamo i passi straordinari fatti in questi anni». L’assessore ha ricordato anche le radici storiche del movimento LGBTQ+ torinese: «La storia del Fuori del 1971 – una delle prime associazioni del movimento di liberazione omosessuale italiano fondata a Torino dal libraio Angelo Pezzana insieme ad altri attivisti – nasce anche dai giornali. I quotidiani da allora hanno fatto una strada lunga, ma c’è un impegno collettivo da portare avanti». Per Rosatelli, «le norme sono parte della soluzione, ma ancora di più conta il cambiamento culturale nell’arena pubblica».

Il percorso che ha portato alla Carta nasce infatti da un confronto interno alla categoria e dalla volontà di tradurlo in uno strumento concreto. A ricostruirlo è stato Gabriele Guccione: «La Carta è nata da un cantiere con confini che non sapevamo fino a che punto potesse arrivare. L’idea è maturata dopo la decisione dell’Ordine di aderire al Pride di Torino e coordinando quel lavoro ci siamo resi conto che nelle redazioni c’è un problema di competenze, di aggiornamento e anche di pregiudizi». Da qui, ha spiegato, la scelta di aprire «un cantiere di confronto partecipato, partendo da una fotografia della realtà». E ha aggiunto: «Nel mondo dell’informazione c’è bisogno di approfondire e stare sui temi con serietà, competenza e cognizione di causa».

Un percorso che, come emerso durante l’incontro, si è sviluppato anche attraverso il confronto con esperienze e sensibilità differenti. Antonella Mariotti – che nell’occasione ha anche presentato la nascita della Commissione diritti – ha riportato l’attenzione sul peso che il linguaggio può avere: «Le parole contano, sono un pugno nello stomaco e sono ferite che rimangono». Un richiamo alla responsabilità professionale che, ha osservato, riguarda anche chi non si riconosce «nell’immagine patinata che oggi spesso viene fornita dai social».

Sul tema della responsabilità quotidiana del lavoro giornalistico è intervenuta anche Maria Teresa Martinengo: «La formazione continua aiuta, ma alcune cose vanno comprese, fatte proprie e interiorizzate». E ha aggiunto: «Non importa se il tempo è poco per realizzare un servizio: il giornalista deve avere senso di responsabilità».
Per Pasquale Quaranta, che ha partecipato al gruppo di lavoro, la Carta rappresenta anche un obiettivo a lungo immaginato: «Era un sogno vedere nascere uno strumento concreto capace di entrare davvero nelle redazioni». Uno strumento, ha sottolineato, pensato non come «un gesto simbolico o un galateo delle buone intenzioni», ma come un riferimento pratico per il lavoro quotidiano.

Tra gli interventi del Coordinamento Torino Pride Sofia Darino ha raccontato la propria esperienza rispetto alla rappresentazione mediatica: «Seguivo da parecchio il giornalismo e il modo di scrivere articoli sulle identità e spesso queste diventano un’unica etichetta per definire una persona». Darino ha inoltre come questo approccio possa diventare doloroso: «Quando non c’è motivo di sottolineare un aspetto, bisogna raccontare la persona come persona e non come una singola categoria». E ha aggiunto: «A volte in alcuni articoli in cui mi intervistavano non veniva nemmeno citato il mio nome ed era qualcosa di molto riduttivo».
Nelle conclusioni Stefano Tallia ha rivendicato i passi avanti compiuti dal giornalismo, senza però considerare acquisiti i risultati raggiunti: «Non tutte le persone finiscono sul giornale, ma quando ci finiscono devono finirci bene. Ogni persona ha il diritto a essere rappresentata in maniera corretta, precisa e puntuale». Il presidente dell’Ordine piemontese ha riconosciuto che «grandi passi avanti sono stati fatti rispetto a vent’anni fa», ma ha anche avvertito che «la battaglia culturale sul linguaggio non è vinta per sempre, ci possono essere regressioni». Per questo, ha concluso, «questa Carta è un contributo affinché il cammino possa proseguire».
Foto Paolo Siccardi
Per approfondire
Leggi qui la storia del percorso ricostruita da Pasquale Quaranta
