Io potevo uscire

Una notte e un giorno nel carcere di Porto Azzurro, tra le parole che attraversano le mura e le vite che aspettano un’altra possibilità.
Questa è una storia di errori. Di vite che ne portano il peso. Di scelte che hanno lasciato ferite profonde. Parliamo di carcere. E soprattutto di persone che, dietro quelle mura, tentano ancora di immaginare un futuro diverso.
Ho trascorso una notte e un giorno intero in una casa di reclusione. Non da detenuto. Ci sono entrato per lavoro, ma ho chiesto e ottenuto di dormirci. Volevo provare ad avvicinarmi, almeno per qualche ora, a ciò che sente chi viene privato della libertà. Eppure, ancora prima di varcare il primo cancello, mi sono reso conto di una differenza enorme: io sapevo quando sarei uscito. Potevo contare le ore, mentre loro contano gli anni. E quella consapevolezza avrebbe accompagnato ogni istante della mia esperienza.
Tutto comincia con lo sbarco all’isola d’Elba. Il mare scintilla, i promontori si rincorrono nel verde, la bellezza ti avvolge e quasi ti stordisce. Poi Porto Azzurro, una breve salita e, improvvisamente, una gigantesca fortificazione a stella con i bastioni affacciati sulla baia. Costruita a partire dal 1603 per volontà di Filippo III di Spagna, oggi ospita la Casa di reclusione “Pasquale De Santis”.
Sul ponte d’ingresso il cuore accelera. Supero l’arco, affronto i primi controlli, raggiungo il piazzale. E lì accade qualcosa che non mi aspettavo. Davanti a me, all’improvviso, riappare il mare. Un azzurro sconfinato, luminosissimo. Una bellezza che toglie il fiato. Mi fermo a guardarlo. E penso a chi vive qui dentro. Che cosa prova un uomo privato della libertà davanti a un mare così? È una promessa? Una consolazione? Oppure una ferita che si riapre ogni volta che lo sguardo incontra l’orizzonte?
Proseguo. Mi attende un secondo varco. Qui devo lasciare tutto ciò che non può entrare. A cominciare dal cellulare.
Sembra una rinuncia da niente. Invece mi sorprende quanto mi pesi. Perdo la possibilità di sentire le voci di casa, di mandare un messaggio, di cercare una persona cara con quel gesto istintivo che ripetiamo decine di volte al giorno. Avverto uno smarrimento inatteso. Mi sento improvvisamente più solo. E ancora una volta mi sorprendo a pensare a loro. A chi non può decidere liberamente quando chiamare, quando abbracciare, quando tornare a casa. A quanto possa pesare la distanza dalle persone amate quando perfino la possibilità di sentirne la voce dipende da un’autorizzazione, da un orario, da un’attesa.
È proprio qui che incontro la direttrice, la dottoressa Martina Carducci. Bastano poche parole per cogliere un’attenzione autentica verso le persone affidate alla sua responsabilità. Un’umanità concreta, che ritrovo anche in una decisione importante: ha autorizzato lo svolgimento della premiazione all’interno del braccio detentivo, anziché sotto il tendone all’aperto inizialmente previsto.
Sono qui per condurre la XIX edizione del Premio Carlo Castelli, il concorso letterario rivolto alle persone detenute nelle carceri italiane e negli istituti penali per minorenni.
Con la “complicità” della direttrice, il palco è stato montato proprio lì, nel braccio. Nel cuore del carcere. Intorno e sopra di noi si sviluppano tre piani di ballatoi, con le celle aperte. Non saranno i detenuti a dover raggiungere un luogo estraneo alla loro quotidianità. Saremo noi a entrare nella loro vita.
Saliamo ripide e strette scale di ferro. Raggiungiamo il primo piano. Gli odori delle celle si mescolano ai profumi della cucina. Qui si vive anche di piccoli gesti quotidiani, di abitudini da conservare, di una normalità che cerca spazio perfino nella reclusione, tra il vitto fornito dall’amministrazione e il sopravvitto, acquistato con il proprio denaro.
Dalla porta socchiusa di una cella, un uomo in maglietta mi mostra una testa di sedano freschissima. La tiene fra le mani, quasi fosse qualcosa di prezioso. Probabilmente finirà nel suo piatto.
È un gesto semplicissimo. Eppure mi colpisce profondamente. In quel momento la parola “detenuto” non basta più a raccontare chi ho davanti. Vedo un uomo che mi mostra qualcosa della sua giornata, che condivide un frammento della propria vita.
Poi arrivano gli altri. Si avvicinano, sorridono, ci stringono la mano. Vedo volti segnati, barbe incolte, denti rovinati, ma soprattutto occhi pieni di emozione. Vogliono parlare, raccontare, essere ascoltati. Hanno capito che siamo venuti per loro. Non per giudicarli, né per assolverli, ma per riconoscere quella parte di umanità che nessuna sentenza può cancellare.
Intanto i detenuti spingono carrelli carichi di luci, telecamere, strumenti musicali. C’è perfino una batteria: dopo la premiazione suoneranno gli Slenders, il gruppo in cui mosse i primi passi Riccardo Fogli, con un tributo a Johnny Cash. In carcere anche una canzone diventa qualcosa da aspettare con gioia.
Seguo il Premio Castelli da dieci edizioni per la Società di San Vincenzo De Paoli; oggi sono anche presidente dell’UCSI Piemonte. Eppure quei volti, quelle mani, quella testa di sedano mi ricordano quanto resti da capire ogni volta che si varca un cancello.
Il Premio, promosso dalla Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV attraverso il Settore Carcere e Devianza, gode del patrocinio della Camera, del Senato e del Ministero della Giustizia. Ha ricevuto una medaglia del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e, quest’anno, una medaglia di rappresentanza della Camera. Ma la sua forza nasce prima della cerimonia: quando qualcuno, in cella, prende un foglio e trova il coraggio di raccontarsi. Quelle parole attraversano le mura, entrano in un’antologia stampata in 13.600 copie e raggiungono chi vive fuori.
Ai tre vincitori vanno mille euro ciascuno e, per ogni premio, altri mille finanziano un percorso di formazione o reinserimento lavorativo destinato a una persona a fine pena, in un altro istituto. Così chi è recluso può aiutare qualcuno che forse non incontrerà mai. Può ancora essere necessario a un altro essere umano. È la prossimità cara al beato Federico Ozanam: la dignità si ricostruisce anche offrendo fiducia e occasioni concrete. Non è un dettaglio: le stime richiamate dal CNEL parlano di una recidiva generale vicina al 70%, che può scendere fino al 2% tra le persone coinvolte in percorsi di inserimento professionale, pur trattandosi di situazioni diverse da confrontare con prudenza.
Tra i giurati c’è Vincenzo Varagona, presidente nazionale dell’UCSI. Consegna alla direttrice Carducci un mazzo di carte realizzato con l’ANSPI, dedicato alle cinque “M” del giornalismo costruttivo: più domande, più tempo, più linguaggi, più tutele, più umanità. Sarà utilizzato anche nelle attività formative in carcere. Quelle parole, mentre guardo gli uomini attorno a me, diventano un impegno personale: ascoltare prima di raccontare, cercare le persone oltre le etichette.
Eppure quest’anno tante parole sono mancate. Gli elaborati arrivati al Premio sono soltanto 67, contro i 220 raggiunti in passato. Varagona riferisce il timore che, a causa delle recenti disposizioni del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, il bando non abbia raggiunto alcuni istituti, specialmente quelli di massima sicurezza. È un’ipotesi da chiarire, che alimenta l’appello alle istituzioni a non arretrare. Antonella Caldart, responsabile del Settore Carcere e Devianza, denuncia gli ostacoli burocratici all’attività dei volontari e ricorda che due giurati si sono dimessi per richiamare l’attenzione su queste restrizioni. Chiede che cultura e scrittura restino opportunità accessibili a tutta la popolazione detenuta.
Penso alle mani che mi hanno trattenuto, ai racconti che aspettavano soltanto qualcuno disposto ad ascoltarli. E penso anche, con Varagona, alle vittime dei reati, agli agenti, a chi lavora negli istituti: il dialogo ha senso soltanto se sa accogliere tutte le ferite, senza cancellare le responsabilità.
Poi tornano gli applausi. Prima di risalire sul traghetto rivedo i volti affacciati ai ballatoi, gli uomini che fischiano, sorridono, percuotono le ringhiere per festeggiare. Alzo gli assegni dei vincitori e la gioia si allarga anche a chi non ha vinto. Per qualche istante quel braccio risuona di festa.
Vorrei portare fuori quel suono. Farlo ascoltare a chi, pronunciando la parola “carcere”, crede di avere già detto tutto sulle persone che vi abitano. Io torno con molte domande, con volti che ricordo nitidamente, con la consapevolezza di essermi avvicinato appena. Una notte e un giorno non mi hanno insegnato che cosa significhi vivere da detenuto. Mi hanno fatto sentire quanto sia necessario continuare a incontrarsi.
Alessandro Ginotta, Presidente di UCSI Piemonte
