Dietro all’attacco alla cultura “woke” la voglia di odiare

Nel giornalismo la formazione conta più delle sanzioni e alcuni titoli sono inaccettabili
In una estate segnata dalle polemiche e talvolta dall’irrisione di quelli che sono stati definiti gli eccessi della “cultura woke”, mi è accaduto di essere interpellato circa le possibilità dell’Ordine dei Giornalisti di intervenire per contrastare il linguaggio dell’odio. L’ultima, la scorsa settimana nel dibattito al quale ho preso parte alla Festa dell’Unità di Torino e ancora una volta sono tornato a insistere su due aspetti che trovo fondamentali per dare una risposta compiuta e equilibrata. Il primo riguarda la formazione, perché se è vero che spesso i nostri Consigli di Disciplina sono chiamati a sanzionare comportamenti scorretti da parte degli iscritti, è altrettanto vero che quella è l’azione estrema, un’azione che arriva per altro quando il danno è già stato prodotto. Ciò che cambia davvero e in profondità il linguaggio è invece la formazione. Non è un caso che il nostro Consiglio si sia fatto promotore, primo in Italia, della Carta Arcobaleno che si occupa della correttezza del linguaggio nei confronti della comunità Lgbtq+, come non è un caso che numerosi incontri siano stati dedicati al rispetto delle carte deontologiche che delimitano il perimetro delle regole dell’attività giornalistica.
Grazie a queste attenzioni messe in atto non solo in Piemonte ma a livello nazionale, non vi è dubbio che il linguaggio giornalistico si sia evoluto, ad esempio nella trattazione delle tematiche di genere o nel racconto di fatti di cronaca che vedono le donne come vittime.
Tuttavia – e qui vengo al secondo aspetto del mio ragionamento – sarebbe sbagliato e illusorio pensare che questi traguardi di civiltà siano raggiunti una volta e per sempre. L’orologio della storia, come ci insegnano recenti fatti avvenuti nel nostro continente, può anche girare all’incontrario e la polemica contro la “culture woke” altro non è se non il tentativo di spostare l’ago della bilancia nel verso di una malintesa idea di libertà: la libertà di insultare chiunque rappresenti nella società una diversità o semplicemente esprima un punto di vista dissonante.
Vanno in questo senso molti dei titoli che abbiamo visto in questa estate, non ultimo quello apparso pochi giorni fa su una testata nazionale a commento della scomparsa di Emma Bonino. “Fine vita”, ha vergato “l’arguto titolista”, ironizzando così non solo sulla morte di una donna che ha dedicato la vita alla difesa dei diritti civili, ma anche sul dramma di quelle persone che si trovano di fronte al dilemma etico e morale del fine vita. Un titolo inaccettabile a prescindere dall’opinione che si ha in materia e che ci dimostra ancora una volta quanto la formazione non sia mai abbastanza. Il disgusto per quel titolo resterà, a prescindere dalle decisioni che assumerà il Consiglio di disciplina dell’Ordine regionale al quale risulta iscritto il direttore della testata.
Stefano Tallia, Presidente Ordine dei Giornalisti del Piemonte
(Foto: festa Unità, Credit: Pd Torino)
