«La disinformazione richiama la crisi delle democrazie»: Serventi Longhi racconta “Fake but True”

Lo storico Enrico Serventi Longhi racconta la nascita del progetto: cinque giorni di lezioni, laboratori e incontri pubblici per riflettere su disinformazione, intelligenza artificiale e crisi delle democrazie
Fino all’11 settembre Torino ospita “Fake but True”, una Summer School dedicata ai meccanismi di falsificazione delle notizie e della storia. Il percorso si rivolge a studenti, dottorandi, giornalisti, docenti e professionisti della comunicazione. Il programma attraversa epoche e linguaggi differenti: dalle falsificazioni nel mondo antico, medievale e moderno fino alla propaganda contemporanea, alla polarizzazione sui social media e ai contenuti manipolati attraverso l’intelligenza artificiale. Alle lezioni teoriche si affiancano laboratori dedicati alla didattica della storia, alle rappresentazioni della civiltà romana nella cultura pop, all’addestramento dei modelli linguistici e alle strategie di fact-checking. La Summer School si concluderà venerdì 11 settembre al Polo del Novecento con una conferenza di Benedetta Tobagi sulla falsificazione delle notizie durante la strategia della tensione e con una tavola rotonda dedicata all’uso pubblico della storia nell’Italia repubblicana.
Tra i protagonisti dell’iniziativa Enrico Serventi Longhi, che mercoledì 9 settembre tiene l’incontro conclusivo della sezione “Storia e falsificazione” e modera la tavola rotonda finale. Con lui abbiamo parlato delle ragioni da cui nasce la scuola, delle nuove sfide poste dall’intelligenza artificiale e del rapporto sempre più stretto tra ricerca storica e giornalismo.
Da quale esigenza nasce “Fake but True” e perché avete scelto di partire dal rapporto tra storia e falsificazione?
«L’idea della scuola nasce da un rapporto che si è consolidato negli ultimi anni tra storici e giornalisti, soprattutto grazie all’impulso di alcune fondazioni attive tra Torino e Roma. Sono realtà che lavorano sul rapporto tra diversi temi: le fake news, la presenza della storia nello spazio pubblico, la comunicazione e la disinformazione applicata all’informazione storica».
La Summer School vuole quindi essere, prima di tutto, uno spazio di sperimentazione e di confronto tra competenze differenti.
«Sì, abbiamo pensato di creare una prima Summer School sperimentale dedicata a queste tematiche, senza limitarci alla storia contemporanea. Abbiamo voluto includere anche la storia antica e quella medievale, epoche nelle quali le narrazioni false hanno avuto spesso un ruolo centrale».
Esistono meccanismi di falsificazione che si ripetono nel tempo oppure oggi ci troviamo davanti a un fenomeno completamente nuovo?
«Il confronto fra epoche differenti permette di riconoscere la persistenza di alcuni meccanismi, ma anche di comprendere la specificità del presente. L’attualità irrompe con forza nel progetto. Pensiamo alle “verità alternative” di cui ha parlato Trump o al ricorso alla disinformazione da parte di attori di potere, da Putin in giù. Sono fenomeni che richiamano direttamente la crisi delle democrazie e dei sistemi liberali, i cui esiti possono essere anche una conseguenza di questi processi».
La falsificazione, dunque, non riguarda soltanto la correttezza di una singola notizia. Tocca il modo in cui una società costruisce la propria memoria, interpreta il presente e forma il consenso politico. Quale ruolo svolge oggi l’intelligenza artificiale? È soltanto una minaccia oppure può diventare anche uno strumento utile?
«La riflessione sull’intelligenza artificiale si inserisce in un dibattito che si è sedimentato nel tempo. Penso anche ad Habermas e all’idea, presente in uno dei suoi ultimi lavori, di una verità travolta dai processi di digitalizzazione. L’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie modificano e amplificano le sfide che deve affrontare chi si occupa di questi temi. Abbiamo scelto di considerare l’intelligenza artificiale come una possibile minaccia, ma anche come una risorsa, prendendo atto del fatto che ormai fa parte della realtà nella quale lavoriamo».
A chi si rivolge la scuola e perché avete scelto di unire lezioni, laboratori e incontri pubblici?
«La scuola è organizzata all’interno di un meccanismo sostenuto dal Dipartimento di Studi storici e dall’Ordine dei giornalisti del Piemonte. La parte didattica è rivolta a quindici partecipanti con profili diversi: giovani storici, studenti e persone interessate alla storia. Oggi, inoltre, gli storici sono spesso anche giornalisti o lavorano nella comunicazione».
Accanto alle attività riservate agli iscritti, il programma comprende seminari dedicati ai temi più urgenti dell’attualità. Alcuni appuntamenti consentono anche ai giornalisti di ottenere crediti formativi.
«Questa costruzione si è integrata con il contesto culturale torinese. Essere ospitati dal Polo del Novecento ci apre inoltre la strada verso possibili nuove edizioni, magari dedicate ad altri nuclei tematici e capaci di coinvolgere ancora di più l’intera città e il suo tessuto culturale».
