Fnsi-Ordine, il confronto è una strada inevitabile

Tra esclusività e prevalenza lo scontro non serve a nulla, tantomeno al futuro della professione
Si è aperto nell’ultima settimana uno scontro piuttosto acceso tra la segretaria della Fnsi, Alessandra Costante, e il presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Carlo Bartoli. Motivo del contendere, un passaggio contenuto nella proposta di riforma della legge professionale approvata nella passata legislatura dal Consiglio nazionale dell’Ordine, che prevede il superamento del concetto di esclusività per i professionisti, sostituito nel testo approvato da quello della prevalenza dell’attività.
Secondo la norma attualmente in vigore, a stabilire se un giornalista abbia titolo a essere iscritto tra i professionisti oppure tra i pubblicisti è infatti proprio questo criterio: i primi devono svolgere in maniera esclusiva l’attività giornalistica, i secondi possono affiancarla a un’altra professione, tanto è vero che possono anche risultare iscritti ad altri ordini professionali. Una distinzione sulla quale si fondano buona parte degli articoli dei contratti di lavoro, che in più parti differenziano tra le due posizioni. Valga, ad esempio, la differenza che passa tra l’articolo 1 Fnsi-Fieg (professionisti a tempo pieno) e l’articolo 36 (pubblicisti inquadrati a tempo parziale).
Il timore espresso dalla segretaria del sindacato è che, venendo meno questa distinzione, possa crollare il castello contrattuale, già minato da dieci anni di mancato rinnovo, e che le stesse prerogative professionali possano essere fortemente indebolite. Nella sua risposta, il presidente Bartoli ha invece puntato sulle trasformazioni della professione, ricordando come la stessa Fnsi, già nel 1998, abbia varato una riforma statutaria che prevede la distinzione tra professionali e collaboratori, i primi caratterizzati proprio dal criterio della prevalenza dell’attività.
Senza entrare subito nel merito delle due posizioni, credo che il dibattito vada arricchito da alcuni elementi di chiarezza. Quando la Fnsi varò quella riforma statutaria, eravamo in una situazione nella quale, per effetto delle rigidità allora adottate dall’Ordine, centinaia di pubblicisti che svolgevano in maniera esclusiva la professione giornalistica non riuscivano ad accedere al praticantato. Oggi, a ventotto anni di distanza e grazie alle aperture dell’Ordine, prima con il ricongiungimento e poi con il praticantato freelance, la situazione è radicalmente mutata e possiamo dire che chi svolge in maniera esclusiva la professione ha potuto sostenere l’esame.
D’altro canto, è vero – e in alcuni casi ne sono stato osservatore diretto – che alcuni colleghi, travolti dalla crisi e che si sono trovati a perdere il posto di lavoro magari in età avanzata, hanno dovuto rinunciare, anche solo temporaneamente, all’esclusività professionale, con l’obiettivo di arrivare più agevolmente alla fine del mese.
La questione, insomma, è sul tappeto, ma una cosa credo sia necessaria: quando un’organizzazione sindacale sottopone all’organismo deputato a custodire le regole della professione un tema, il compito di questo organismo è quello di confrontarsi e cercare di capire. Sarei curioso, ad esempio, di affrontare questo tema non sulla base di schieramenti precostituiti, ma fondando il parere su quello di qualche giuslavorista.
Alzare i toni, mischiare gli argomenti, non serve a nessuno, nemmeno a risollevare le sorti di una professione in crisi come la nostra.
Stefano Tallia, Presidente Ordine dei Giornalisti del Piemonte
