GIORNALISTI

Newsletter, il giornalismo riparte dal rapporto con i lettori

13 Ottobre 2026
6 min di lettura
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Le piattaforme cambiano, ma la sfida resta quella di produrre informazione credibile e sostenibile. Dal corso torinese sulle newsletter, una riflessione sulle opportunità dell’editoria indipendente e sul valore del lavoro giornalistico

C’è un paradosso nell’informazione di oggi: abbiamo accesso a una quantità di notizie impensabile fino a pochi anni fa, eppure diventa sempre più difficile capire a chi affidarsi. I contenuti si moltiplicano, scorrono rapidamente sugli schermi e spesso scompaiono prima ancora di essere approfonditi. In questo scenario, il ritorno della newsletter può sembrare una scelta controcorrente. In realtà, racconta un’esigenza molto attuale: ritrovare un rapporto riconoscibile tra chi produce informazione e chi la legge.

È da questa prospettiva che considero interessante il confronto emerso durante il corso «Come fare informazione con una newsletter», promosso a Torino dalla Commissione Lavoro Autonomo dell’Associazione Stampa Subalpina nell’ambito della formazione dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, con gli interventi di Chiara Santoro di Substack e del giornalista Gioele Urso. Al centro dell’incontro non solo gli strumenti per avviare una pubblicazione digitale, ma una domanda chiave, che riguarda l’intera professione: come continuare a fare giornalismo di qualità in un sistema che premia soprattutto la velocità e la visibilità?

Per anni abbiamo affidato una parte crescente della distribuzione delle notizie agli algoritmi delle piattaforme social. Il risultato è un ambiente nel quale l’informazione compete con pubblicità, intrattenimento e contenuti pensati per catturare l’attenzione. La newsletter prova a introdurre una relazione diversa: il lettore sceglie una fonte, si iscrive e decide di dedicarle uno spazio nella propria quotidianità.

Chiara Santoro ha descritto questo cambiamento come il passaggio dall’attention economy, l’economia dell’attenzione, alla trust economy, l’economia della fiducia. È una distinzione che trovo significativa perché sposta il problema dal numero di persone raggiunte al valore del rapporto costruito con loro. Avere molti lettori occasionali non equivale a essere un punto di riferimento. La credibilità nasce dalla competenza, dalla verifica delle informazioni e dalla capacità di mantenere nel tempo un impegno editoriale.

Una newsletter, dunque, non è semplicemente un articolo spedito per e-mail. Richiede di individuare un pubblico, scegliere gli argomenti, definire un linguaggio e trovare una periodicità sostenibile. Soprattutto, impone una domanda preliminare che vale per ogni progetto giornalistico: quale bisogno informativo vogliamo soddisfare?

L’esperienza di InSintesi Torino, raccontata da Gioele Urso, offre una risposta concreta. Avviata nell’aprile 2026, la newsletter propone dal lunedì al venerdì cinque notizie sulla città, da leggere in circa cinque minuti. Economia, lavoro, ambiente, trasformazioni urbane e cultura compongono una selezione che privilegia ciò che incide sulla vita quotidiana dei cittadini.

Urso ha riferito di aver raggiunto circa duemila iscritti, con un tasso medio di apertura del 41%, un dato da leggere con cautela per i limiti tecnici delle statistiche sulle e-mail. Ma ciò che mi sembra più interessante non è la dimensione del pubblico. È il metodo: scegliere, verificare, sintetizzare e dare un ordine alle informazioni.

In un tempo in cui tutti possono pubblicare, il lavoro del giornalista consiste anche nel decidere che cosa merita di essere raccontato. E cosa, invece, deve restare fuori. Perché non tutto ciò che genera attenzione è una notizia, così come non sempre un testo breve è un testo superficiale: una sintesi, se buona, deve essere il risultato di un lavoro di selezione rigoroso.

L’indipendenza editoriale e il valore del lavoro

Piattaforme come Substack semplificano l’avvio di pubblicazioni autonome, la distribuzione di articoli, l’integrazione con podcast e video, gli abbonamenti a pagamento. Durante il corso sono state richiamate esperienze internazionali come quelle di Paul Krugman e Anne Applebaum e, in Italia, Appunti di Stefano Feltri.

Sono esempi che mostrano come la competenza e la riconoscibilità di un autore possano diventare il centro di un progetto editoriale. Ma credo sia importante evitare un equivoco: la facilità con cui si apre una newsletter non corrisponde alla facilità di mantenerla.

Dietro ogni uscita ci sono ricerca, contatti con le fonti, verifiche, scrittura e organizzazione. A queste attività si aggiungono la promozione, la gestione degli iscritti e, quando previsti, gli abbonamenti. Per un giornalista indipendente significa assumere funzioni che, in una redazione, sono normalmente distribuite tra più persone.

Il modello economico resta quindi una questione decisiva. Una possibilità discussa durante l’incontro consiste nel mantenere gratuite le notizie di interesse generale, offrendo agli abbonati approfondimenti o servizi aggiuntivi. Mi sembra una strada da osservare con attenzione, perché distingue il diritto dei cittadini a essere informati dalla necessità di remunerare chi produce quell’informazione.

È proprio qui, a mio avviso, che si apre il nodo più delicato. Per i freelance, una newsletter può rappresentare uno spazio di autonomia, la possibilità di scegliere i temi e costruire un rapporto diretto con i lettori. Ma la libertà editoriale non basta, se tutto il peso economico e professionale ricade su una sola persona.

Il rischio è celebrare l’indipendenza senza interrogarsi sulle condizioni che la rendono possibile. Un progetto può essere innovativo dal punto di vista tecnologico e continuare a poggiare su lavoro poco remunerato, tempi insostenibili e scarse protezioni. Non possiamo considerare questo un progresso per il giornalismo.

Durante il corso è stato illustrato anche il Defender Program di Substack, un’iniziativa di assistenza legale per gli autori che soddisfano specifici requisiti. È uno strumento interessante, ma richiama una questione più ampia: chi pubblica in autonomia deve poter contare su tutele adeguate, soprattutto quando affronta inchieste, controversie o pressioni legate al proprio lavoro.

Lo stesso vale per le responsabilità editoriali. Nel dibattito è emerso il tema dell’eventuale registrazione delle newsletter come testate giornalistiche, una valutazione che dipende dalle caratteristiche concrete delle pubblicazioni e dalla normativa applicabile. Al di là dell’inquadramento giuridico, però, resta un principio che considero irrinunciabile: cambiare piattaforma non significa cambiare le regole del mestiere. Verifica delle fonti, correttezza, tutela delle persone e distinzione tra informazione e promozione commerciale devono restare punti fermi.

C’è infine un aspetto che ritengo particolarmente promettente, soprattutto per il giornalismo locale. Una newsletter può diventare un luogo di ascolto. I lettori possono segnalare problemi, proporre storie e aiutare a individuare fenomeni che faticano a trovare spazio nell’informazione tradizionale. Questa vicinanza, tuttavia, non deve trasformarsi nella ricerca del consenso. Il giornalista deve conservare la libertà di verificare, contraddire e raccontare anche ciò che il proprio pubblico preferirebbe non leggere.

Non penso che le newsletter possano risolvere da sole la crisi dell’editoria. Però, possono aiutarci a ripensare il nostro lavoro, recuperando il valore della selezione, dell’approfondimento e della relazione con i lettori.

La questione decisiva è tenere insieme due esigenze che troppo spesso vengono separate: il diritto dei cittadini a ricevere informazione affidabile e il diritto dei giornalisti a essere riconosciuti e remunerati per il proprio lavoro.

Il futuro delle newsletter si giocherà anche su questo equilibrio. Perché un giornalismo davvero indipendente non è soltanto quello che può scegliere liberamente che cosa pubblicare. È quello che dispone delle condizioni per continuare a farlo, con rigore e responsabilità, nel tempo.

Simona De Ciero

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